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		<title>L&#8217;ITALIANO</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  PER BENEDETTO CRAXI di Valerio Cutonilli A dieci anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, abbondano le celebrazioni ad effetto retroattivo dello statista italiano, fatto morire da proscritto sulle sponde di un altro continente. Sono giunte parole di riabilitazione, quasi sincere, persino da una parte non proprio trascurabile di quanti lo accusarono in vita di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=121&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>PER BENEDETTO CRAXI </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Valerio Cutonilli</strong></p>
<p>A dieci anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, abbondano le celebrazioni ad effetto retroattivo dello statista italiano, fatto morire da proscritto sulle sponde di un altro continente. Sono giunte parole di riabilitazione, quasi sincere, persino da una parte non proprio trascurabile di quanti lo accusarono in vita di essere la reincarnazione, peggiorativa, di un brigante senese del tredicesimo secolo. Rendere omaggio al leader socialista, quindi, comporta ormai il rischio inevitabile di ripetere, in modo noioso e pedissequo, parole di maniera scorse a fiumi in questi giorni.</p>
<p>Provo allora a ricordare Craxi in modo discutibile e personale. Ho sempre preferito, e di gran lunga, il suo reale nome di battesimo, Benedetto, al più noto ed abusato Bettino. Forse, credo, per sottolineare la sua presenza invero provvidenziale nella scena politica del nostro paese vigliacco, diviso e disgraziato. E per uno solo giorno di ritardo, ironia della sorte, mi è stato negato il privilegio, assai gradito, di festeggiare il genetliaco in contemporanea con colui che amo definire l’ultimo garibaldino sopravvissuto al novecento.</p>
<p>Eppure, nonostante un’ammirazione istintiva e tuttora ineguagliata, temo di non aver mai avuto nulla a che spartire sia con la sinistra italiana, pronta ad annoiarmi con le sue verbose presunzioni sin dai primordi dell’adolescenza, sia con il socialismo in generale, fenomeno ideologico sul quale tutti hanno voluto discettare ma di cui, personalmente, mi ostino ad ignorare persino i tratti peculiari ed unificanti.</p>
<p>Più modestamente, ho scoperto l’esistenza al mondo di Benedetto Craxi nel 1984, durante il mio esordio ginnasiale. Al Liceo Tasso di Roma, all’atto di iscrizione, si raccomandava fermamente l’adesione agli ideali benefici del comunismo. Come ogni fanatico che si rispetti, invece, mi destavano ben poca simpatia sia la massa aggrovigliata di quegli studenti che il marxismo, pur non sapendo bene cosa fosse, lo professavano apertamente, sia quella folta schiera di professori, buonisti ed accigliati, per i quali tra una lezione di storia e tribuna politica non era proprio il caso vi fosse soluzione di continuità.</p>
<p>Provando naturale empatia per la “destra”, in quanto cattiva ed impresentabile, mi accorsi di essere congenitamente sensibile al fascino di tutti i mali metafisici occorrenti al mondo. Per mia ventura, però, non dovetti cercare troppo lontano. Bastò il Presidente del Consiglio dei Ministri, da tempo al centro di una campagna mediatica così serena da averlo raffigurarato come il demonio, a soddisfare i miei desideri immorali.</p>
<p>Iniziai ad apprezzare quotidianamente Craxi solo perché egli era odiato, in modo fisico, dai comunisti a 24 carati e dai professionisti di ogni primato morale. Lo stesso umore viscerale che percepii in quelle confuse giornate ginnasiali, contro l’efferato “Ghino di Tacco”, lo avrei riscontrato, solo il decennio successivo, nei confronti di Silvio Berlusconi. Per lo stesso ordine di ragioni, in fondo, e con il medesimo effetto invertito su di me; nella sostanza.</p>
<p>L’istinto, si sa, rare volte ti rifila bidoni e con il passare degli anni presi atto che non avevo investito tutta la mia stima invano. I fatti hanno l’ottima abitudine di dimostrarsi ostinati, essi ci dicono che Craxi fu patriota vero, erede legittimo di quel “partito italiano” la cui militanza, planando dall’aereo incerto di Enrico Mattei per atterrare sulla R4 perentoria di Aldo Moro, è garanzia affidabile di fine anticipata e tragica. La fortuna in Italia, da un numero discreto di secoli, sembra arridere piuttosto a quanti preferiscono servire in guanti bianchi ai pranzi internazionali, così da non irritare gli umori labili dello straniero prepotente ed affamato.</p>
<p>Ma la tragedia dell’epilogo, in fondo, è prerogativa dei grandi del novecento e non può che rendere Onore a Benedetto. Che poi Craxi appartenesse a tale cerchia, forse, avrebbero dovuto rendersene conto già quegli attempati notabili del PSI, uscito a pezzi da una consultazione elettorale servile e suicida, che nel 1976 s’illusero di poter gestire a piacere la sua segreteria nata debole e a corta scadenza. Non è vero, evidentemente, che l’anzianità reca seco lungimiranza.</p>
<p>A latere della solidarietà nazionale, fraudolenta e frodata, ebbe infatti inizio la lunghissima leadership politica del suo principale e più agguerrito avversario. Ma cosa c’era da aspettarsi, in realtà, da un giovane leader politico, imponente nelle fattezze e nelle ambizioni, che amava riempire i vuoti domestici con cimeli garibaldini e geometrie futuriste? Come minimo, l’espunzione subitanea di falce e martello dal simbolo sbiadito di un partito che decise improvvisamente di divenire modernista e nazionale. Carlo Marx, in effetti, fu consegnato con prontezza all’archeologia politica e non solo per esigenze estetiche di quegli anni ottanta ormai alle porte. La revisione critica del patrimonio ideologico del poliformico PSI avvenne a colpi di neuroni e di contenuti teorici tutt’altro che improvvisati.</p>
<p>Se la strategia ondulatoria dell’affabile Berlinguer andò ad infrangersi sulle scogliere marmoree di Jalta, Craxi seppe procedere ad Occidente, con passo lineare e sin troppo nitido. La fedeltà atlantica si sposò, non sempre senza fragori, all’autonomia italiana nel Mediterraneo. Il sostegno agli euromissili, prima silenziosa insinuazione al passivo nella procedura fallimentare sovietica, garantì al premier italiano quei crediti scontati poi a residuo durante la misteriosa crisi di Sigonella. Anche se nessuno pare ricordarsene, oltre la dignità nazionale venne allora difesa l’incolumità della gente comune.  </p>
<p>Mi fa sorridere, nella migliore delle ipotesi, il colorito rossastro di chi si affida ad una questione morale, ipocrita e pelosa, per offuscare ai postumi immagini e memorie di Craxi. Farebbero meglio a rilassare le proprie arterie, questi censori dell’ovvio. Sì perché la loro morale, e non una volta sola, l’hanno saputa convertire con scaltrezza assai rara nei luoghi riservati della borsa nera; in dollari, rubli e non di rado sterline. Ricordino, costoro, che il leader socialista non abbassò lo sguardo neppure dinnanzi a Gromyko, l’algido ministro sovietico che intimava l’Italia a genuflettersi dinnanzi ai terribili SS20. Non essere mai andato in Crimea per le ferie estive, capiscano una volte per tutte, non è crimine così grave. Rammentino, poi, che la stessa partecipata sfrontatezza, indole eretica per un politico che nasce italiano, fu riservata all’onnipotente Reagan e al suo traduttore scaltro ed interessato. Fedeltà non è sinonimo di sottomissione, a casa mia.  Non dimentichino, infine, che nella Tunisia orfana di Burghiba, probabilmente, il vecchio &#8220;Ghino&#8221; in nome dei nostri interessi nazionali dimostrò più intuito e prontezza dei nostri baldanzosi ma talvolta pericolosamente distratti cugini d’oltralpe.</p>
<p>Non crediamo allora, e per nulla, alla favola progressista delle mani pulite. Ogni partito della prima Repubblica ha badato al proprio finanziamento in modo illecito. L’oro di Mosca, che con un pizzico di retorica potrebbe grondare sangue siberiano, non sembra garantire maggiori alibi morali alle eterne verginelle della politica italiana. Craxi venne costretto all’esilio, in una terra che pure amava, non perché la politica italiana avrebbe dovuto assumere, finalmente, caratteri limpidi e luminosi. Il leader socialista divenne bersaglio di accanita persecuzione e tenuto lontano dall’Italia, mentre si banchettava sulle macerie del nostro patrimonio pubblico, affinché una classe politica assai più sensibile alle lusinghe di poteri forti ed extra-nazionali fuoriuscisse da una gioiosa macchina da guerra. Macchina da guerra invero sgangherata e supponente, fatta a pezzi, per nemesi puntuale ma legittima, proprio da chi a Craxi doveva molto delle sue migliori riuscite.</p>
<p>Restano quindi, come al solito, gli esiti beffardi della sorte. Sul suolo italiano continuano a pascolare, in tutta tranquillità, quei politici che la nazione non hanno smesso di svenderla un solo attimo della propria vita. Chi invece ebbe l’ardire di non ritenere dispregiativo l’appellativo ottocentesco di patriota, pagando un costo terribile ad avversari tuttora in agguato contro il suo erede legittimo, vide i nostri confini severamente sbarrati; sbarrati così come non lo sono mai stati in questi anni di open society, neppure per il peggiore criminale giunto dall’estero per ingrossare le fila della malavita nostrana.</p>
<p>L’infamia politica volle che Craxi non poté fare ritorno in Italia, libero e malato, neppure per ricevere le cure di cui pure abbisognava. Di questa crudeltà gratuita il nostro paese, un giorno, dovrà prima o poi provare un minuto di vergogna.</p>
<p>Ma a ben vedere, neppure la gratitudine appare di questo mondo. A tradirlo furono anche, soprattutto molti di quelli che delle sue spalle ampie si fecero scudo negli anni in cui il potere socialista appariva irrevocabile. Ma non solo. Craxi visse il timore, assai nobile, di essere accusato un giorno di falsità, e non lasciò nascere e morire le sue idee all’ombra del riflettore mediatico. Unico statista della prima Repubblica, predicò con le parole e con i fatti la pacificazione nazionale, cercando di sanare nel ricordo condiviso le ferite ancora aperte della guerra civile tra Repubblicani e Partigiani. Tale coraggio continua a difettare nella coscienza opportunista dei politicanti dei nostri tempi grami.</p>
<p>Un giorno, ben lontano dalle luci della ribalta, egli si recò in silenzio in quell’angolo dimenticato del paese dov’era stato fucilato il socialista Benito Mussolini; per lasciare un piccolo mazzo di fiori. Pochi uomini della politica, oggi, spenderebbero solo cinque minuti del proprio tempo per un gesto che per forza di cose deve sfuggire all’attenzione delle agenzie di stampa. Pietas romana assai mal ripagata ma che torna puntualmente a scuotere le coscienze.</p>
<p>Ho notato che, proprio in questi giorni, molti giovani di “destra” hanno voluto rendere omaggio al “socialista” Craxi trascorrendo la notte a riempire i muri delle città italiane con manifestazioni di affetto. E’ il loro, il nostro modo di dire grazie. E’ vero che condizionali e congiuntivi non possono cambiare una sola virgola del passato. Ma se ci fossero stati tutti questi ragazzi, quella sera vigliacca e giacobina davanti all’Hotel Rafael, non sarebbe volata nessuna monetina. Solo fiori; verdi, bianchi e rossi.</p>
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		<title>MEMORIA E NAZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 07:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>FOIBE: IO NON SCORDO</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Gabriele Bagnoli</strong></p>
<p>Giulia e in Istria profonde qualche centinaia di metri e niente più, interessanti luoghi naturali per geologi e speleologi. Da un punto di vista storico, invece, rappresentano la morte di decine di migliaia di innocenti (c&#8217;è chi parla di 20.000, dal momento che un resoconto ufficiale non è mai stato potuto realizzarlo) alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma per raccontare questa storia dall&#8217;inizio dobbiamo partire dall&#8217;8 settembre 1943, data in cui l&#8217;Italia firmava con le potenze alleate l&#8217;armistizio di Cassibile. A quella data, le nostre truppe si sbandarono, molti deposero le armi, altri furono catturati dai Tedeschi. I più cercarono di portare a casa la pelle. Sul confine orientale i militari italiani, senza ordini né disposizioni, mentre il Re, Badoglio e lo Stato Maggiore fuggivano dalla Capitale, dovettero, invece, subire le ritorsioni da parte delle bande jugoslave del Maresciallo Tito. E subito cominciarono gli abusi. Gli arresti avvenivano di notte, ma quasi sempre con maniere educate e con la scusa che si trattava di normali accertamenti, cosicché il panico tardò a svilupparsi. La maggioranza degli arrestati fu poi liquidata senza processo, ma quei pochi che si celebravano davanti ai tribunali del popolo erano solo delle tragiche farse. L’imputato non aveva diritto a citare testi a discarico e non disponeva neppure dell’avvocato d’ufficio. La sentenza finale era sempre di colpevolezza e ciò comportava la pena capitale subito eseguita. Verso la fine del 1943, quando i Tedeschi cominciarono a muoversi per riconquistare l’intera Istria, i processi cessarono e si infittirono invece le uccisioni multiple e sommarie. Legati ai polsi con filo di ferro stretto con le pinze, i prigionieri venivano spinti in colonna nel fondo delle cave di bauxite e falciati con raffiche di mitra. Altri venivano allineati sull’orlo delle foibe, profonde 100-300 m, e scaraventati nell’abisso dopo l’uccisione. Spesso però gli aguzzini si limitavano ad uccidere il primo della fila il quale, cadendo nel baratro, si trascinava dietro i compagni a lui legati. Nelle località costiere si procedeva invece agli annegamenti collettivi: legati l’uno all’altro e opportunamente zavorrati con grosse pietre venivano portati al largo e gettati in mare. Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell’infoibamento. Fra il 1943 ed il 1947, in questi inghiottitoi profondi anche 300 m, furono gettati dai partigiani di Tito migliaia di esseri umani vittime dell’odio razziale. Nella foiba di Basovizza, l’unica assieme a quella di Monrupino ad essere ancora in territorio italiano, furono recuperati 500 m³ di resti umani e si calcolò brutalmente che le vittime dovevano essere 2000: quattro al metro cubo. Ma la furia comunista non si abbatté solo sui militari, i Fascisti o i presunti tali: trattandosi di vera e propria pulizia etnica anti-italiana, l&#8217;attenzione fu rivolta vers gli stessi gruppi partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale: il 7 febbraio 1945, a Porzus, la Brigata Osoppo fu massacrata dalla Brigata Comunista Garibaldi dal momento che era intenzionata a combattere lo slavo invasore. Alla fine della guerra, fu Trieste a subire, in quaranta giorni (tanto durò l&#8217;occupazione titina) il dramma delle deportazioni e delle foibe. Bandiere con falce e martello e tricolore con stella rossa al centro vennero imposti ovunque. Le milizie jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli Anglo-Americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità italiana inserita nell’esercito jugoslavo, mandate a operare altrove. Fu data carta bianca alla polizia politica, l’OZNA, che prelevava dalle case i cittadini, in media cento al giorno, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti combattenti della guerra di liberazione: ciò perché agli occupanti stava a cuore dimostrare di essere gli unici liberatori del capoluogo giuliano. L’8 maggio 1945 Trieste fu proclamata “città autonoma nella Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia”, anche se la situazione tornò progressivamente alla calma a partire dal giugno successivo quando gi Jugoslavi abbandonarono la città. Ma più di 10.000 abitanti di Trieste, della sua provincia e dell&#8217;Istria erano scomparsi.A Fiume, oltre cinquecento furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento : “Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia di Italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli Italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l’Italia!”. Anche la città i Zara non fu risparmiata: per gli Italiani sopravvissuti si ripeterono le stesse scene del triste rituale dei genocidi che già avevano avuto luogo in Istria: fucilazioni, impiccagioni, infoibamenti. E centinaia di vittime gettate in mare con una pietra al collo. Tra queste la famiglia del farmacista Pietro Ticina, composta dai genitori, dalla suocera e da una bambina subirono questa triste sorte. Con disperata energia il padre riuscì a trascinare con sé uno dei feroci aguzzini. Sin dai primi giorni di occupazione della città, gli zaratini rimasti venivano raccolti in piazza dove un oratore intimava loro di astenersi da qualsiasi manifestazione di italianità perché Zara “era stata sempre e sarebbe rimasta per sempre croata”. Tale era il terrore di ulteriori rappresaglie che gli Italiani evitavano di parlare in pubblico o di radunarsi. Il clima minaccioso fu aggravato dai continui ricatti degli jugoslavi che lesinavano la distribuzione degli scarsi viveri alla popolazione, costringendola anche a lavori forzosi e non retribuiti. Dei 22.000 abitanti di Zara, 4000 morirono sotto i bombardamenti, 2000 furono uccisi dai Titini ed i restanti vennero costretti all’esodo. Questa è una pagina di storia nazionale poco conosciuta e non ancora del tutto scritta. Parlarne, spesso comporta l&#8217;essere tacciati di revisionismo storico, come se analizzare un evento taciuto per più di sessant&#8217;anni fosse un crimine. Del resto è servita una legge nazionale del 2004 per rendere una dignità ai 20.000 morti infoibati e ai 350.000 esuli di Istria, Fiume e Dalmazia.</p>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 12:47:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[  RIFLESSIONI A FREDDO SULL’IMMIGRAZIONE di Matteo Landolfi I gravi fatti di Rosarno hanno scatenato reazioni eterogenee, tanto nette quanto ampiamente prevedibili; se non del tutto scontate. A dire il vero, la complessità dell’accaduto avrebbe suggerito analisi meno parziali e più approfondite. Ed invece, la maggior parte dei commentatori, improvvisati o di professione, ha preferito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=116&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong><img src="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/ndrangheta-arresto/rosarno-immigrati-3/este_13141455_15110.jpg" alt="" /></strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>RIFLESSIONI A FREDDO SULL’IMMIGRAZIONE</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Matteo Landolfi</strong></p>
<p>I gravi fatti di Rosarno hanno scatenato reazioni eterogenee, tanto nette quanto ampiamente prevedibili; se non del tutto scontate. A dire il vero, la complessità dell’accaduto avrebbe suggerito analisi meno parziali e più approfondite. Ed invece, la maggior parte dei commentatori, improvvisati o di professione, ha preferito considerare solo gli aspetti idonei a corroborare le proprie tesi precostituite.</p>
<p>Di conseguenza, gli immigrati diventano vittime o carnefici, a seconda dei gusti personali di ciascuno. Taluni elogiano la legittima rivolta degli schiavi oppressi, altri denunziano i timori d’incolumità degli italiani che non si sentono più tutelati dallo Stato.  C’è chi invita all’umanitarismo e chi richiama alla legalità, come se i due principi fossero in antitesi anziché in una situazione di ovvia interdipendenza. Il gioco delle parti sembra degradare puntualmente in un circolo chiuso e vizioso, pronto a riproporsi identico alla prossima, inevitabile occasione. O al prossimo corto circuito.</p>
<p>Oggi, del resto, va assai di moda un pericoloso luogo comune, secondo cui le questioni identitarie vanno gettate nel cestino perché a contare è soltanto la politica del “fare”. Costoro, forse, s’illudono che le gravissime problematiche che sono alla base della crisi di Rosarno possono essere risolte trasferendo altrove gli immigrati protagonisti, sia come bersagli sia come aggressori, dei disordini divampati negli ultimi giorni. Temo, invece, che le cose stanno diversamente; molto diversamente.</p>
<p>L’osservatore più attento potrebbe evidenziare come il caso di Rosarno non attenga soltanto e non tanto al problema immigrazione. In effetti, sul perché qualcuno abbia voluto accendere questa miccia spaventosa, proprio in un territorio che patisce una fortissima infiltrazione mafiosa, dovrà interrogarsi e con serietà l’autorità giudiziaria.</p>
<p>Al contrario, personalmente mi voglio limitare ad esporre alcune brevi considerazioni, di carattere generale, sull’immigrazione. Come noto, il paese è diviso in modo netto tra quanti avvertono l’esigenza di tutelare il nostro popolo da un afflusso imponente e disordinato di stranieri e quanti predicano invece il valore supremo dell’accoglienza.</p>
<p>Il secondo di questi “partiti” si giova del sostegno, oltre che di alcune forze politiche, della Chiesa e di gran parte del sistema mediatico. L’altro sta crescendo in modo esponenziale, ed in parte incontrollato, all’interno del cosiddetto paese reale.</p>
<p>A causa di tale scontro frontale, privo di costrutto, il dibattito sull’immigrazione si è avviato su due binari decisamente pericolosi. Il primo è di natura culturale e trova nell’accusa sempre incombente di xenofobia un fattore di condizionamento talmente efficace da confinare il dissenso verso le politiche di accoglienza degli ultimi due decenni nelle posizioni più esecrabili e demonizzate. L’effetto di tale condizionamento è che allo stato attuale, in Italia, è impossibile avviare un confronto culturale costruttivo in materia di immigrazione, senza fare ricorso alla psicosi proditoria del razzismo. </p>
<p>Il secondo binario, ancora più pericoloso, è di natura squisitamente politica. Sino ad oggi, l’immigrazione, a destra come a sinistra, è stata affrontata soltanto come un problema di ordine pubblico. Problema, quindi, che viene affrontato in difetto di una visione generale e senza un minimo approccio di carattere strategico.</p>
<p>Il problema dell’immigrazione, per la nostra classe politica, ha inizio solo quando l’ennesimo barcone colmo di disperati viene avvistato dalla nostra guardia costiera. Puntualmente, viene recitato il solito copione ed i ruoli sono assegnati da subito. Il buono invita a tendere una mano al bisognoso, il cattivo a respingere l’invasore.</p>
<p>Quando però un fenomeno si ostina a svilupparsi incontrollato avviene, e non di rado, che a dirimere la questione provvede una sorte crudele che decide per tutti, scatenando l’ennesima tragedia in mare.  Chi sopravvive, al contrario, tenta la fortuna nel nostro paese. Per il “primo” partito si tratterà senz’altro di uno sfruttato che cerca soltanto un lavoro onesto, per il “secondo” sarà un nuovo criminale pronto ad ingrossare le fila della malavita nostrana e straniera.</p>
<p>Da tempo, mi sono congedato da questo modo di pensare, convinto sul serio che esso contribuisca, sia in un senso che nell’altro, solo ad alimentare ulteriormente una problematica già di per sé molto grave. E sono arrivato, nel mio piccolo, ad un paio di conclusioni molto semplici.</p>
<p>Uno. Umanitarismo e legalità possono e devono coesistere. La norma non può mai prescindere dall’umanitarismo e quest’ultimo non può giustificare in alcun modo l’illegalità. Tale coesistenza richiede uno sforzo notevole da parte dei “militanti” di entrambi i “partiti”. I primi non possono pensare che l’Italia, per carità divina o coscienza laica, debba trasformarsi un imbuto pronto a ricevere chiunque lo desideri, sino alla sua implosione. Gli altri devono prendere atto che l’immigrazione è di per sé un fenomeno positivo ed oggettivamente utile alla nazione.</p>
<p>Due. L’immigrazione non è soltanto un problema di ordine pubblico. Essa deve rappresentare una questione prioritaria nell’agenda politica. L’immigrazione deve costituire l’effetto di una politica precisa di concertazione tra gli Stati interessati, finalizzata a determinare modi, termini e limiti entro i quali essa può avvenire. E per Stati interessati non mi riferisco solamente ai paesi di provenienza dei migranti ma anche quelli utilizzati come sponda per l’arrivo in Italia. Tutto ciò che è al di fuori di tali modi, termini e limiti, ha natura illegale. E tutto ciò che è illegale non può essere tollerato. Più la norma è chiara e ragionevole, più severa s’impone la sua applicazione. Chi ostacola la sua applicazione, favorisce la criminalità, favorisce lo sfruttamento, favorisce le mafie. E lo fa sulla pelle degli italiani.</p>
<p>Se le politiche di concertazione funzionassero sul serio – e per verificarlo bisognerebbe iniziare a promuoverle, una volta per tutte – il circolo vizioso suddenunziato comincerebbe a spezzarsi. Nell&#8217;interesse degli italiani, degli immigrati e dei paesi che danno impulso ai fenomeni migratori.</p>
<p>Per tale motivo credo che l’immigrazione non sia solo argomento per sociologi ottimisti od agenti di polizia, chiamati a dire o a fare la loro al momento dell’emergenza. Serve, e con assoluta urgenza, l’istituzione di un Ministero dell’Identità Nazionale e dell’Immigrazione.  Altrimenti, Rosarno costituirà solamente il prodromo di una crisi di ben più preoccupanti dimensioni.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/edizionitrecento.wordpress.com/116/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/edizionitrecento.wordpress.com/116/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=116&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ATTUALE</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 15:28:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  LO STRANO CASO DEI DOTTORI MAGISTRATI E DEI SIGNORI ONOREVOLI  di Fiamma De Matteis   “Se i tuoi principi morali ti rendono triste, stai certo che sono sbagliati”.  Robert Louis Stevenson   La democrazia, si sa, è uno strano animale. Ma quella italiana detiene di gran lunga il primato delle bizzarrie più eclatanti e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=112&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong><img src="http://web.mclink.it/MF8408/images/BoccaVerita/Dr.JekyllMr.Hyde.jpg" alt="" /></strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>LO STRANO CASO DEI DOTTORI MAGISTRATI E DEI SIGNORI ONOREVOLI</strong> </p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Fiamma De Matteis</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align:center;"><em>“Se i tuoi principi morali ti rendono triste, stai certo che sono sbagliati”.</em>  Robert Louis Stevenson</p>
<p> </p>
<p style="text-align:center;">La democrazia, si sa, è uno strano animale. Ma quella italiana detiene di gran lunga il primato delle bizzarrie più eclatanti e misteriose. Così, da noi, i magistrati possono avere un’idea politica (e ci mancherebbe altro) ma non possono essere iscritti ai partiti politici. Lo ha ribadito giusto pochi mesi fa la Corte Costituzionale, con una sentenza invero ignorata dai più (la n. 224 del 17/07/09). La questione sembrerebbe lapalissiana: niente attività militante per i giudici in carriera. Il fatto, tuttavia, è che in terra italica molti autorevoli sacerdoti laici usano dismettere solo temporaneamente la ieratica toga per lanciarsi con foga calcistica nell’agone politico.</p>
<p style="text-align:center;">Magistrati in aspettativa, momentaneamente devoti alla faziosità imposta dalla politica ma pronti a ritornare, con uno scatto di reni, all’integerrima terzietà della funzione giudicante o all’imparzialità di quella requirente. Personaggi da epopea letteraria e fantastica, sfuggiti alla penna di Robert Louis Stevenson per un banale scherzo del destino.</p>
<p style="text-align:center;">In effetti, sul piano scientifico ancor prima che morale, non v’è dubbio che tali percorsi acrobatici avvalorino quella scoperta così sconcertante che conduce il dottor Henry Jekyll al tremendo naufragio: e cioè che l’uomo non sia veracemente uno ma veracemente due.</p>
<p style="text-align:center;">La finezza italica, tuttavia, non ha eguali. E per risolvere lo sconcertante enigma antropologico, sono giunte in soccorso le più sottili arti giuridiche. Da una parte, infatti, la Consulta ha chiarito il divieto assoluto, rivolto a tutti i magistrati senza eccezioni (anche a coloro che non esercitano temporaneamente funzione), a schierarsi organicamente con una parte politica. Il giudice, ha detto la Corte, deve mostrarsi indipendente e imparziale in ogni comportamento, anche nel suo operato da semplice cittadino e in ogni momento della sua vita professionale. Tuttavia, è stato il ragionamento della Consulta, ciò non è in contraddizione con il diritto di elettorato passivo spettante ai magistrati, poiché un conto è l’iscrizione o comunque la partecipazione sistematica e continuativa alla vita di un partito, ben altra faccenda è l’accesso alle cariche elettive.</p>
<p style="text-align:center;">E la carriera? In fondo, già dilaniato dalle imprevedibili ambiguità dell’animo umano, negare all’onorevole magistrato il giusto avanzamento sarebbe un fardello fin troppo penalizzante. E infatti dalle parti di Palazzo de’ Marescialli non ci pensano nemmeno. Al contrario il Csm valuta ciclicamente promozioni e aumenti di stipendio delle toghe in Parlamento. I criteri sono presto detti: oltre all’anzianità conta l’imparzialità, l’equilibrio, la laboriosità, la diligenza e l’impegno. Non certo nell’attività giudicante, per l’appunto sospesa. Ma proprio e specificamente in quella politica.</p>
<p style="text-align:center;">Come l’organo di autogoverno della magistratura possa orientarsi nell’ardua valutazione resta un mistero. Ma nel grembo tormentoso della giustizia e della politica italiane – gemelli antitetici in perenne tenzone – non c’è sfida faustiana che non possa essere vinta.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/edizionitrecento.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/edizionitrecento.wordpress.com/112/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=112&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L&#8217;OSSERVATORIO DI PADRE GIUSEPPE</title>
		<link>http://edizionitrecento.wordpress.com/2010/01/08/losservatorio-di-padre-giuseppe-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 13:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA PAGLIUZZA E LA TRAVE di Padre Giuseppe   Molto si è parlato, sui principali quotidiani nazionali, della scelta governativa di coprire col Segreto di Stato atti compiuti dai nostri migliori agenti segreti. Quelli, per intenderci, che hanno contribuito in maniera rilevante a preservare il Paese, negli scorsi anni, dalle bombe islamiste che provocarono centinaia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=109&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://photos-a.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs084.snc1/4575_100895349920707_100000007281407_20647_4155262_s.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>LA PAGLIUZZA E LA TRAVE</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Padre Giuseppe</strong></p>
<p> </p>
<p style="text-align:center;">Molto si è parlato, sui principali quotidiani nazionali, della scelta governativa di coprire col Segreto di Stato atti compiuti dai nostri migliori agenti segreti. Quelli, per intenderci, che hanno contribuito in maniera rilevante a preservare il Paese, negli scorsi anni, dalle bombe islamiste che provocarono centinaia di vittime in America, Spagna, Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align:center;">
Con la dotta sovrintendenza del chiarissimo professor Grevi, sempre equilibrato nell&#8217;elogiare magistrati d&#8217; ogni livello e ubicazione, abbiamo visto all&#8217; opera i callidi &#8220;pistaroli&#8221; dell&#8217; italica piazza giornalistica, quasi tutti a stracciarsi le vesti per una decisione, nella sostanza, legittimata da una sentenza della Consulta.</p>
<p style="text-align:center;">
Non osiamo immaginare come questi reporter d&#8217; assalto avrebbero azzannato l&#8217;Intelligence, e i vari esecutivi che l&#8217; hanno &#8220;comandata&#8221; politicamente, se essa, nel più stretto rispetto d&#8217; ogni virgola di legge, avesse mancato di sorvegliare e bloccare pericolosi terroristi, capaci di far saltare aerei, treni e palazzi.</p>
<p style="text-align:center;">
Non par di peccare di faziosità &#8211; e Dio non voglia di patriottismo! &#8211; nell&#8217; affermare che il bilancio del lavoro dei nostri uffici riservati appare nel complesso positivo, specie se paragonato a quello di colleghi internazionali assai più celebrati.<br />
Confidiamo che possano continuare su questa strada.<br />
Incuranti delle chiacchiere di chi confonde la pagliuzza con la trave.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/edizionitrecento.wordpress.com/109/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/edizionitrecento.wordpress.com/109/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=109&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>LAVERITA&#8217; E  IL RICORDO</title>
		<link>http://edizionitrecento.wordpress.com/2010/01/07/laverita-e-il-ricordo/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 11:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[    ACCA LARENTIA E IL ’78 DIMENTICATO di Valerio Cutonilli   Non ho mai condiviso l’accanimento contro il Senatore Andreotti, indicato molto spesso, e da più parti, come il “grande vecchio” della politica italiana, il responsabile principale di qualsiasi nefandezza avvenuta durante il nostro interminabile dopoguerra. Penso, al contrario, che un tentativo serio di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=102&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p style="text-align:center;"><strong><a id="myphotolink" href="http://www.facebook.com/photo.php?pid=30259122&amp;id=1084238616"><img src="http://photos-f.ak.fbcdn.net/photos-ak-snc1/v906/232/91/1084238616/n1084238616_30259124_3441.jpg" alt="" /></a></strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>ACCA LARENTIA E IL ’78 DIMENTICATO</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Valerio Cutonilli</strong></p>
<p> </p>
<p>Non ho mai condiviso l’accanimento contro il Senatore Andreotti, indicato molto spesso, e da più parti, come il “grande vecchio” della politica italiana, il responsabile principale di qualsiasi nefandezza avvenuta durante il nostro interminabile dopoguerra. Penso, al contrario, che un tentativo serio di lettura storica degli anni di piombo, a fronte di approcci il più delle volte banali o faziosi, imponga un ampliamento della prospettiva.</p>
<p>Ritengo che, per cogliere le ragioni più profonde che determinarono la degenerazione del confronto politico nel nostro paese, occorra prendere in considerazione due aspetti ben differenti sul piano concettuale ma tutt’altro che distinti sotto il profilo empirico.</p>
<p>Da una parte, va registrata la natura spontanea ed endogena dei fenomeni eversivi che si manifestarono nell’Italia disastrata degli anni settanta. La guerra civile italiana, mai del tutto elaborata dai suoi protagonisti, per colpa soprattutto di quanti sostenevano di averla vinta, non si era esaurita affatto all’indomani del conflitto mondiale. Essa proseguì silenziosamente, seppur a bassa intensità, per alcuni decenni, riemergendo spaventosamente sul finire degli anni sessanta. Al mito della resistenza tradita, autentica idea-forza dell’eversione di sinistra, corrispose quasi simmetricamente, nell’area neofascista, un impulso reattivo di natura terroristica all’egemonia comunista, percepita ormai come dilagante non solo nei salotti ovattati della cultura ma anche, soprattutto, nelle piazze e nei quartieri. Piazze e quartieri che, disseppellita l’ascia di guerra, e non soltanto in senso simbolico, tornarono a tingersi nuovamente di sangue.</p>
<p>Ma non vi fu solo l’odio mai sopito tra rossi e neri a spalancare il baratro degli anni di piombo. Evidente, infatti, è stata l’ingerenza di forze interne e soprattutto esterne al paese, confliggenti nel perseguimento degli obiettivi specifici ma oggettivamente concordi nel ritenere d’interesse la destabilizzazione dell’Italia. Una nazione perennemente incerta tra la funzione di supina appendice dell’Occidente e quella di intraprendente sponda mediterranea dell’Europa centrale. Se molti si ostinano ad ignorare il complesso di tali fattori, e non solo per limiti esegetici, altri sembrano disposti unicamente a rappresentare le responsabilità degli avversari. L’effetto assai avvilente di questi atteggiamenti si può verificare, non senza efficacia, gettando lo sguardo sugli scaffali d’ordinanza delle migliori librerie italiane.</p>
<p>Dunque, voglio ricordare la strage di Acca Larentia, prendendo a riferimento Giulio Andreotti, soltanto perché quest’ultimo, nel bene e nel male, fu il simbolo politico dell’Italia dell’epoca, il Presidente del Consiglio durante il triennio più difficile del dopoguerra. Rileggendo i suoi diari del 1978, ci si accorge che in quelle pagine drammatiche di gennaio non v’è alcuna menzione del massacro dei ragazzi missini. Il fatto sorprende, in apparenza, perché lo statista democristiano era solito annotare, in modo puntuale, i fatti di cronaca più rilevanti. Non a caso, il giorno 4 aveva dedicato i suoi pensieri all’assassinio di Carmine De Rosa, sorvegliante presso la Fiat di Cassino.</p>
<p>Ed invece le giornate terribili di Acca Larentia non contengono in quei diari neppure un fugace accenno. L’eccidio di Roma, destinato a cambiare il corso della storia italiana, non solo quella dei neofascisti, sembra non essere mai avvenuto.  Qualcuno potrebbe spiegare l’omissione ricordando come, in quegli anni di follia diffusa, gli omicidi costituissero una drammatica costante con cui ci si rassegnava a convivere.</p>
<p>Ma non è così. Credo che la strage di Acca Larentia fu avvenimento assai più grave della solita, agghiacciante routine sanguinaria. I suoi caratteri peculiari, le conseguenze tragiche e sin troppo prevedibili, non potevano, né dovevano, sfuggire all’attenzione di quanti erano chiamati a rappresentare le istituzioni. Si trattò di un’operazione criminale eseguita con geometrica lucidità e straordinaria efficienza. Non troppo tempo or sono, uno dei sopravvissuti all’attentato mi ha raccontato nel dettaglio i minuti più drammatici di quel 7 gennaio 1978.  Accortisi che qualche “topo nero” era riuscito a mettersi in salvo, gli assassini iniziarono ad imprecare. Lo spettacolo macabro offerto dai corpi di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, riversi inermi sul terreno, non bastava; evidentemente. </p>
<p>La carneficina avrebbe dovuto assumere dimensioni abominevoli.  Nella sua elevata valenza simbolica, essa avrebbe sancito la definitiva espulsione dei fascisti dal genere umano. L’epilogo notturno sembrò poi chiudere il cerchio attorno alla generazione più sventurata della destra radicale. Taluni degli assediati non esitarono ad assumere a loro volta il ruolo di carnefici. Ad uccidere Stefano Recchioni, scelto a caso tra la folla dei giovani accorsi dinnanzi alla sezione missina dopo il massacro, fu un servitore dello Stato. Molte le versioni di quell’omicidio che continuano ad avvelenare le coscienze. C’è chi sostiene che la situazione degenerò per il gesto improvvido di un operatore della RAI, così insensibile alla tragedia da gettare il mozzicone di una sigaretta sul selciato ancora bagnato di sangue. Altri insistono per l’intervento di un agente provocatore, comparso dal nulla per scatenare un conflitto a fuoco.</p>
<p>Certo è che i ragazzi del ’78 vissero l’assassinio di Recchioni come il completamento, da parte delle istituzioni, dell’opera di annientamento intrapresa dall’estrema sinistra. Le reazioni furono diverse ed opposte, a seconda dell’indole e talvolta della mera casualità. Qualcuno si congedò dal MSI, messo alla berlina e dissanguato dalla scissione eterodiretta di Democrazia Nazionale, ritenuto colpevole di anteporre gli interessi tattici all’incolumità dei militanti. Altri assunsero l’abitudine repentina di circolare armati per le città. Una minoranza, per nulla esigua, scelse definitivamente la strada della rappresaglia e della lotta armata. Il primo sostanziale movente, che determinò la nascita del sodalizio eversivo dei NAR, fu esattamente questo.</p>
<p>Non se ne accorsero, né mai provarono a capirlo, quei magistrati che per lungo tempo hanno perseverato nell’errore di rappresentare lo “spontaneismo armato” come un prodotto di laboratorio, partorito a Castiglion Fibocchi dalla famigerata loggia P2. La verità è ben più semplice ed amara al contempo. I NAR sono i figli naturali della strage di Acca Larenzia, emissari spietati di una vendetta senza prospettive e consumata a caldo, prima contro i comunisti e poi contro lo Stato. Ciò non assolve nessuno né può attenuare alcunché; serve solo a comprendere le ragioni reali dell’ennesima mattanza.</p>
<p>Le istituzioni non si limitarono ad ignorare, con oggettiva responsabilità, che l’assoluta indifferenza mostrata verso il triplice eccidio romano del 7 gennaio avrebbe contribuito all’insorgenza, anche a destra, di un terrorismo diffuso, capace di condurre già in pochi mesi a nuovi e gravissimi lutti. In quell’inverno rosso sangue, lo Stato compì un altro errore, parimenti imperdonabile, ma ancora più grave e tuttora rimosso dalla coscienza collettiva.</p>
<p>La strage di Acca Larentia non costituisce soltanto l’esito terroristico dell’antifascismo militante, predicato non solo da politici scaltri ma, anche, non da meno, da giornalisti vigliacchi ed artisti tuttora adusi all’infamia. Essa contiene, soprattutto, un segnale sin troppo assordante, l’orrendo ma assai esplicito prologo del 1978, l’anno che avrebbe cambiato in modo irreversibile il corso della storia italiana.</p>
<p>Se taluni avversari dell’imminente intesa tra DC e comunisti, espliciti o riservati, iniziavano le prove generali del sabotaggio, i suoi sostenitori vollero far finta di nulla, persuasi erroneamente che in quella stradina insignificante di Roma Sud fossero stati uccisi, in fondo, soltanto tre fascisti. Una disgrazia spiacevole, almeno per quanti di loro non avevano smarrito un minimo di umanità, ma che non doveva turbare, in alcun modo, l’avvento salvifico del compromesso storico.</p>
<p>La mattina del 16 marzo, davanti alle immagini raccapriccianti di Via Fani, i più intelligenti di costoro compresero di aver sbagliato clamorosamente. Il 1978 non  iniziò certo con il rapimento dello statista democristiano e lo sterminio della sua scorta. Esso era stato annunciato, in modo macabro ma eloquente, dalla strage di Acca Larentia. Il sangue dei suoi giovani martiri si riversò involontariamente sull’intera politica italiana. Nessuno, però, ebbe il coraggio di ammetterlo.</p>
<p>I nomi degli esecutori materiali di quella carneficina rimangono tuttora misteriosi. Il processo si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove di tre imputati. Il quarto, Mario Scrocca, si era suicidato in carcere a breve distanza dall’arresto.</p>
<p>Di tesi, sui responsabili e sul movente criminale di quella notte di gennaio, continuano a circolarne molte, troppe. V’è però una certezza di cui non potranno mai privarci né i magistrati né gli storici di professione. La “skorpion” che aprì il fuoco contro Bigonzetti e Ciavatta, caduta in sonno per alcuni anni, ricomparve poi negli anni terminali delle Brigate Rosse. E’ l’arma con cui vennero assassinati nel 1985 il sindacalista Ezio Tarantelli, nel 1986 il Sindaco di Firenze Lando Conti e nel 1988 il Senatore Roberto Ruffilli.</p>
<p>Se la verità giudiziaria si è dimostrata per l’ennesima volta inafferrabile, quella storica deve permanere come un’esigenza etica. C’è un nesso oggettivo che lega la strage di Acca Larentia alle BR; la “skorpion”. Su di essa non è mai stata raccontata la verità, chi la conosce preferisce tenerla ancora assolutamente riservata. Ma la mitraglietta non piovve in mani brigatiste dal cielo, essa era nella disponibilità dell’estrema sinistra sin dal gennaio 1978. Alla “skorpion” dei misteri, gli imminenti brigatisti assegnarono il compito di garantire le prove di fuoco del 1978, effettuate con successo sulla pelle dei giovani missini scovati a casaccio nelle innocue periferie romane. L’Urbe si apprestava, di lì a poco, a trasformarsi momentaneamente in Belfast. Grottescamente militarizzata ed impotente dinnanzi all’impensabile. Anche se a molti costa ammetterlo, il mirino sulla nuca di Aldo Moro venne puntato proprio la sera del 7 gennaio 1978.  </p>
<p>E mentre il paese s’interrogava confusamente sul luogo delle prigionia dello statista democristiano, la storia italiana scivolò nel suo corso drammatico e scontato. Il primo frutto, sbocciato dal seme d’odio lasciato crescere indisturbato ad Acca Larentia, prese il nome di Roberto Scialabba, un ragazzo assassinato dai NAR mentre leggeva l’Unità affisso ad una bacheca della sezione comunista del quartiere di Don Bosco.</p>
<p>Acca Larentia proseguì a lungo la sua maledetta scia di sangue. Nei giorni successivi, la politica missina, basata sull’ordine e sulla legalità, andò a dissolversi per fatti concludenti. I giovani neofascisti imperversarono per le strade di Roma sud, aprendo il fuoco contro le forze di polizia.</p>
<p> Il padre di Ciavatta, portiere in uno stabile, per il dolore insostenibile si tolse la vita ingerendo acido muriatico. L’anno successivo, in occasione del primo anniversario della strage, Alberto Giaquinto, giovane militante missino, venne ucciso da un agente di polizia, durante i disordini scoppiati nel quartiere romano di Centocelle. Esaurita la fase anticomunista, i NAR dirottarono sugli esponenti delle istituzioni, in divisa o togati, la loro feroce azione terroristica. Sino a diventare, infine, i capri espiatori nel processo per la strage di Bologna.</p>
<p>Questa, in breve sintesi, è la storia banale e terrificante iniziata ad Acca Larentia il 7 gennaio 1978. Giusta e sacrosanta, la volontà di tutti coloro che tengono acceso il ricordo, peraltro in modo composto e con spirito pacificatore. A dimenticare, come al solito, sono solo i vigliacchi e gli opportunisti di ogni risma. Ma oggi i tempi devono essere maturi per un ulteriore passo in avanti. Franco, Francesco e Stefano non sono soltanto tre martiri neofascisti. La loro memoria è un atto dovuto per tutti gli italiani, vittime senza neppure saperlo di quel 1978 baro ed assassino, allorquando pochi, per lo più impuniti, decisero di scegliere per tutti. Dunque, a prescindere dalle appartenenze politiche, il grave errore commesso dalle istituzioni in quei giorni di ordinaria follia, serva da monito per il futuro. Proprio per questo motivo, credo sia il momento di iniziare a vivere il 7 gennaio come un lutto nazionale.</p>
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		<title>L&#8217;ATTUALE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 09:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>RIFLESSIONI DISINCANTATE SULLA SCHIETTEZZA DISADORNA DI LUIGI DE MAGISTRIS</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Gianmarco Barbato.</strong></p>
<p>Agli occhi dell’osservatore più smaliziato, le polemiche suscitate dal lodo De Magistris – espatrio di Berlusconi in cambio dell’impunità &#8211; potrebbero sembrare eccessive. Da diversi anni, infatti, il confronto politico in Italia è caratterizzato in prevalenza da toni tanto aspri quanto noiosi. L’aggressività verbale dei nuovi capipopolo tende quasi fisiologicamente a colmare, molto spesso con esiti discutibili, i più desolanti vuoti contenutistici. L’Italia dei Valori non fa eccezione alla regola quindi; essa si limita piuttosto a detenere, all’interno delle arene mediatiche, il poco invidiabile primato della rissosità permanente e senza costrutto. Al netto del tintinnar di manette, peraltro, poche persone sono riuscite a comprendere quale sia il programma politico dell’IDV. Sempre ammesso che ve ne sia uno. Ciò che merita attenzione, forse, è il trascorso professionale degli interpreti più efficaci dell’ideologia della clava, tanto in voga nei nostri tempi grigi. A mio avviso, il travaso ormai cronico di uomini dalla magistratura alla politica costituisce già di per sé un dato preoccupante. Se il magistrato è chiamato a svolgere le sue funzioni in modo rigorosamente imparziale, anche quando siede tra i banchi dell’accusa, il politico ha il diritto-dovere di schierarsi con gli uni in contrapposizione dialettica con gli altri. Dunque, nel caso in cui tra la dismissione della toga e l’ingresso in Parlamento, nazionale od europeo che sia, non vi fosse alcuna soluzione di continuità, sarebbe lecito porsi degli interrogativi non trascurabili. Quando ha avuto origine la parzialità dell’ennesimo tribuno politico? Tale domanda si rende ancora più urgente quando le posizioni dell’ex magistrato di turno appaiono tutt’altro che misurate. L’estremismo, si sa, è una malattia infantile della politica. Esso ha generato danni ingenti e sin troppo noti nei secoli pregressi. Il fatto che le sue fila siano oggi affollate, e non poco, da togati sgomitanti concessi in locazione alla politica dovrebbe far riflettere sul serio. Così come non andrebbe sottovalutata la tendenza di costoro a parteggiare sempre per la stessa fazione e, soprattutto, a guerreggiare soltanto contro una parte; se non una persona. A mio avviso, si tratta dei dati sintomatici di una costante patologica del sistema Italia, scaturita di certo in tempi non recenti ma resa evidente soltanto negli anni ancora inesplorati di tangentopoli. Lo straripamento della funzione giurisdizionale, attraverso le acrobazie professionali dei suoi titolari passati o futuri, nella politica, rischia di attribuire alle nostre istituzioni, in tempi non troppo ampi, i caratteri ben poco rassicuranti di una democrazia giudiziaria. Sino a quando tale rischio non sarà scongiurato del tutto &#8211; e ciò può avvenire solo attraverso un’intesa bipartisan delle forze politiche più responsabili, finalizzata a ristabilire una situazione di reciproco equilibrio tra le funzioni istituzionali &#8211; appare superfluo discettare delle pur impellenti riforme dello Stato; o, più modestamente, di una normalizzazione della dialettica politica. Credo che siano questi i reali termini della questione ed è inutile provare a far finta di nulla. Le critiche a De Magistris, in ragione della proposta provocatoria formulata al premier, paiono destinate a svanire nel nulla; come al solito. Al limite, va riconosciuto all’europarlamentare dell’IDV il dono piuttosto raro della schiettezza. De Magistris ha scritto a chiare lettere, sul suo blog, ciò che molti di noi pensano ormai da tempo. Tra le attenzioni giudiziarie nei confronti di Berlusconi e la militanza politica di quest’ultimo esiste un monumentale nesso eziologico. Stando al pensiero dell’ex PM di Catanzaro, se il leader del Popolo della Libertà decidesse di lasciare il campo libero ai suoi avversari, riceverebbe in dono una completa impunità. Non saprei dire se poi tale promessa verrebbe mantenuta. Ciò che però appare più rilevante, ma ai più sembra come al solito sfuggire, è la confessione effettuata da De Magistris, in modo apprezzabilmente schietto. La giustizia italiana persegue e negozia scopi politici. Ipse dixit.</p>
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		<title>LA VERITA&#8217; NEGATA</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 10:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://images.google.it/url?source=imgres&amp;ct=img&amp;q=http://www.identitaetradizione.it/comunicati/libro_bologna/bologna-2-agosto-1980-lib.jpg&amp;usg=AFQjCNE_xyPIGCTW3CZu2Xkng-Bga_KRtw" alt="" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong>23 DICEMBRE 1984: LA STRAGE DI NATALE</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Valerio Cutonilli</strong></p>
<p>Alle 19.08 del 23 dicembre 1984, il rapido 904 venne colpito da una violentissima esplosione all’interno del tunnel della Grande Galleria dell’Appennino. L’attentato apparve da subito un terrificante <em>remake</em> della strage dell’<em>Italicus</em>. In effetti, la scelta dell’obiettivo ed il luogo della deflagrazione palesavano inquietanti similitudini con l’azione “terroristica” dell’agosto 1974. Tuttavia, nel 1984 l’ordigno era stato fatto esplodere all’interno della galleria, così da sviluppare al massimo gli effetti della detonazione. Persero la vita 17 persone innocenti, tra cui una bimba di 12 anni, ed altri 267 rimasero feriti. Gli italiani, convinti di essere ormai scampati agli anni di piombo, cercavano di capire perlomeno il motivo dell’ennesima carneficina.</p>
<p>Di quella serata tragica conservo due ricordi molto nitidi. Da matricola ginnasiale, mi chiedevo ingenuamente come si potesse avvelenare quel clima di festa con un massacro indiscriminato di civili. Ma soprattutto, rimasi colpito dalle prime notizie diramate dal telegiornale, univoche nel consegnare la strage a non meglio precisate “trame nere”. Strambamente convinto che l’informazione televisiva corrispondesse alla verità rivelata, non riuscivo a capire come potesse conciliarsi tale fulminea efficacia investigativa con quell’incapacità, ormai cronica per il nostro paese, di impedire il compimento di attentati dinamitardi.</p>
<p>Molti anni più tardi mi sarei occupato, per diverse ragioni, dell’attentato più sanguinario della storia italiana: la strage di Bologna. E allora riuscii a darmi finalmente una risposta, tutt’altro che rassicurante per la verità. Quando l’impresa terroristica somiglia, molto da vicino, ad un’azione di guerra non dichiarata, e i confini tra le deviazioni delle istituzioni e la ragion di Stato diventano quanto meno incerti, la riflessione logica ed il buon senso cedono il passo ad asserzioni subitanee, tanto rassicuranti quanto grottesche. Consultando migliaia di pagine di atti processuali, non faticai molto a comprendere quanto può essere ampia ed avvilente la forbice che allontana, in modo irreversibile, la verità giudiziaria da quella storica. Le comunicazioni giudiziarie inviate ai morti, le trame congetturali sviluppate secondo le direttive di partito, i sillogismi a comando offerti dal mostro del Circeo a prezzi d’occasione, le frodi medico-carcerarie che consentirono al supertestimone Sparti di farsi beffa per oltre un ventennio di 85 vittime innocenti. Dinnanzi al reato di strage, il rigore del diritto svanisce d’incanto ed i teoremi ideologici iniziano a ritmare la loro danza macabra ed irrazionale. Ma Bologna non fa eccezione, tale vicenda giudiziaria costituisce piuttosto la norma fondante di un processo collettivo di affrancamento dalla realtà. Lo stesso che nelle prime, decisive fasi dell’inchiesta di Ustica portò a concludere che il DC 9 avesse deciso di cadere da solo, per l’effetto bizzarro della salsedine. Lo stesso che autorizzò eminenti personalità politiche a riferire nelle sedi istituzionali che lo spirito di Giorgio La Pira aveva rivelato il covo brigatista di via Gradoli, non ancora assurta al rango di alcova per inconfessabili trasgressioni sessuali. Lo stesso che nell’Italia ben indirizzata verso il compromesso storico, portò ad escludere sia l’omicidio che il suicidio di Giuseppe Pinelli. L’anarchico milanese, venne spiegato, sarebbe caduto dalla finestra della Questura per un movimento involontario dei muscoli.</p>
<p>Se quindi le verità giudiziarie paiono consegnate quasi sempre al regno decisamente innocuo della fantasia, capita spesso che persino lo storico resti inghiottito nel circolo vizioso da cui avrebbe preferito svincolarsi. La realtà dei fatti, a ben vedere, non è materia grezza da modellare in base ai propri gusti politici. Se quindi i segreti tuttora impenetrabili degli attentati invitano a diffidare di quanti sostengono di avere la verità in tasca, ciò che non riesce a sfuggire all’attenzione dell’osservatore più attento è invece il contesto storico, lo scenario nel quale le grandi stragi andavano ad inserirsi con disarmante coerenza.</p>
<p>Se gli inquinamenti processuali, condotti dai massimi livelli istituzionali, determinarono una situazione talmente ingarbugliata da impedire puntualmente la ricerca dei veri colpevoli, le situazioni di crisi, all’interno delle quali andarono a collocarsi gli attentati, non potevano essere nascoste dietro alcun proditorio velo di <em>maya</em>.</p>
<p>L’Italia della guerra fredda, ponte naturale sul Mediterraneo, protagonista di clamorosi e continui cambi di campo in corsa, perennemente incerta tra fedeltà militare ed indipendenza politica, fu esposta negli anni del terrore a tutti i venti che si agitavano pericolosamente tra il nord ed il sud del pianeta.</p>
<p>Si pensi al 1969, l’anno della strage di Piazza Fontana, che vide le acque mediterranee agitarsi sempre più pericolosamente. Il golpe italiano in Libia, lo scontro nel Consiglio D’Europa per l’espulsione della Grecia, la campagna antitaliana della stampa britannica. Oppure all’estate del 1980, funestata da due stragi senza movente che però scelsero di avvenire nel cuore di una crisi internazionale senza precedenti nel dopoguerra, proprio all’interno dello scacchiere mediterraneo. Il fallimento dell’operazione Tobruk, o di talune operazioni “umide” francesi, la sottoscrizione del trattato di protezione militare con Malta. Anche in tal caso, le affollate coincidenze temporali ripropongono il dilemma filosofico circa l’esistenza della casualità.</p>
<p>A tanti anni di distanza da quel Natale di sangue del 1984, seppi poi che parte della classe politica italiana di allora non credeva affatto alla verità rivelata dal telegiornale del 23 dicembre. Rino Formica, capogruppo dei deputati del PSI, aveva  dimostrato innegabili doti di filosofo. Intervistato da <em>Repubblica </em>il 29 dicembre, il parlamentare socialista tenne a precisare di non essere affetto da dubbi socratici: <em>“ci hanno avvertito, ci hanno mandato a dire con la strage che l’Italia deve stare al suo posto sulla scena internazionale. Un posto di comparsa, di aiutante. Ci hanno fatto sapere col sangue che il nostro Paese non può pensare di muoversi da solo nel Mediterraneo. Ci hanno ricordato che siamo e dobbiamo restare subalterni”</em>. Se avessi avuto la ventura di leggere all’epoca l’intervista di Mino Fuccillo a Formica, sarei pervenuto con due decenni di anticipo ai miei convincimenti odierni. L’ex Ministro dei Trasporti registrò in modo assai lucido le squallide dinamiche politiche che, come ho modo di constatare, si sviluppavano con geometrica regolarità a ridosso di ogni attentato: <em>“voglio partire da quanto ho visto l’altro giorno in Parlamento, mentre si discuteva della strage: uno spettacolo desolante, un’assemblea stordita. Tutti contenti nel dire fascismo contro antifascismo, rifacciamo l’unità e stiamo a posto. Che pochezza emiliana…”</em>.</p>
<p>Per buona sorte, lo scenario descritto da Formica non era popolato da improbabili terroristi travestiti da tirolesi, da ingegnosi colpi di stato falliti però per la coscienza democratica della folla accorsa ai funerali, da manovre reazionarie tanto oscure da rivelarsi inesistenti. Il deputato socialista, piuttosto, invitava a captare i segnali in codice lanciati dall’esplosivo: <em>“le stragi servono per introdurre avvertimenti a fini interni…il nostro Paese è troppo debole per difendersi&#8230;stavamo diventando un Paese che cominciava a dire la sua. In campo economico, sullo scacchiere del Mediterraneo. Perché stavamo diventando nazione all’interno delle alleanze. E invece ci ricordano che al massimo possiamo mandare qualche corvetta da qualche parte”</em>.</p>
<p>Credo sia giusto ricordare quel terribile 23 dicembre 1984 in questo modo, senza credere alle tante fiabe che vanno ancora di moda nell’etere. Se le aule di Giustizia hanno lasciato irrisolta la questione dello stragismo italiano, i libri di storia paiono destinati a riproporre in modo poderoso il genere leggendario. Forse, la cartina geografica potrebbe aiutarci a capirne di più. Può sollevare, ma fino ad un certo punto, che certe forme di comunicazione degli anni del terrore oggi si siano fortunatamente evolute, assumendo forme più discrete ed edulcorate. Forse, speriamo. Chissà se qualcuna di esse, proprio nelle ultime settimane, è riuscita a sfuggire alla nostra non sempre vigile attenzione.</p>
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		<title>OBIETTIVO SULLA GLOBALIZZAZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 06:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[  LA FAVOLA DELLA GLOBALIZZAZIONE A 20 ANNI DAL CROLLO DEL MURO DI BERLINO di Gabriele Bagnoli Il 9 novembre di venti anni fa rimarrà impresso nelle coscienze di tutti come la fine di un incubo, come la fine di una guerra non guerreggiata: con il crollo del muro di Berlino, infatti, avrà termine l’egemonia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=92&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://images.google.it/url?source=imgres&amp;ct=img&amp;q=http://europa.eu/abc/12lessons/images/content_berlin_wall.jpg&amp;usg=AFQjCNHgPOW7niaEFhao0w0xRzMik1UKew" alt="" /></p>
<p> </p>
<p style="text-align:center;"><strong>LA FAVOLA DELLA GLOBALIZZAZIONE A 20 ANNI DAL CROLLO DEL MURO DI BERLINO</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Gabriele Bagnoli</strong></p>
<p>Il 9 novembre di venti anni fa rimarrà impresso nelle coscienze di tutti come la fine di un incubo, come la fine di una guerra non guerreggiata: con il crollo del muro di Berlino, infatti, avrà termine l’egemonia sovietica sul continente europeo, il comunismo e l’Unione Sovietica crolleranno di li a poco ed il mondo troverà infine la pace, allontanando così il rischio di una guerra nucleare tra le due superpotenze. Ma siamo veramente sicuri che dall’incubo della guerra fredda non siamo passati ad uno peggiore? Siamo veramente certi che con il crollo del colosso sovietico il mondo abbia veramente trovato la pace e scongiurato il rischio della terza guerra mondiale? Del resto, già durante le fasi finali del secondo conflitto mondiale, quelli che erano allora gli Alleati (in primis Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica) si accorsero che non sarebbero stati “alleati” ancora troppo a lungo: terminata la guerra, gli USA e l’URSS sapevano bene che il continente Europa sarebbe diventato il teatro di un braccio di ferro in cui esercitare la loro influenza ed egemonia. Ed ecco allora la Conferenza di Yalta, del febbraio 1945, che segnerà la fine dell’Europa e l’inizio di una grande partita a “risiko” giocata sul destino di milioni di uomini, ed una cortina di ferro a separare i due blocchi contrapposti: ad est, la dittatura oppressiva sovietica, le epurazioni e le deportazioni nei gulag siberiani; ad ovest, l’“american way of life”, ovvero una lenta e subdola colonizzazione economica e culturale, per la quale l’Europa ha venduto la propria anima e la propria coscienza per poter mangiare in un fast food, telefonare con i nuovi palmari ultimo modello e vedere le proprie figlie girare in minigonna fin da piccole per emulare le dive di Hollywood. Possiamo così comprendere il non intervento, e possiamo dire anche il silenzio complice, di quei Paesi portatori dei valori di democrazia e libertà, tanto che uno di essi li ha eretti in una statua alta quasi ben 100 m, a difesa dei fratelli europei di Berlino, Poznan, Budapest e Praga schiacciati dai cingoli dell’Armata Rossa: un non intervento dettato da logiche di potenza, liquidate con semplici dichiarazioni pubbliche degli uomini di stato occidentali. “Così il mondo è rimasto a guardare sull’orlo della fossa seduto” cantava una canzone del Fronte della Gioventù quando il Premier ungherese Imre Nagy veniva fatto prigioniero e ucciso dai servizi segreti sovietici, salvo poi, a quarant’anni di distanza, applaudirlo quale eroe della libertà. E come non abbassare lo sguardo di fronte al giovane studente cecoslovacco Jan Palach che, per risvegliare l’opinione pubblica mondiale su quanto stava avvenendo a Praga nel 1968, si diede fuoco e morì dopo atroci sofferenze. E invece anche questa volta lo sguardo fu indirizzato altrove. E come per uno scherzo del destino, se rovesciamo come nel libro di Marcello Veneziani il 1968, data simbolo di una generazione in rivolta, abbiamo il 1989, l’anno della rivolta per antonomasia, l’anno in cui Berlino tornava in Germania e la Germania unita tornava a Berlino. Finiva la guerra fredda, quella guerra non guerreggiata, crollava su se stessa l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Europa dell’Est trovavano la libertà. Sembra il lieto fine delle favole dei bambini prima di addormentarsi. E invece si è nuovamente addormentato il mondo: gli Stati Uniti sono risultati i vincitori, hanno potuto esportare la democrazia al di fuori dell’Europa Occidentale ed il capitalismo ha lasciato il posto alla globalizzazione e al commercio sfrenato da un capo all’altro del globo. Il resto sono solo cifre: 800 milioni le persone che soffrono la fame; la malnutrizione riguarda un numero ben superiore di persone, oltre 2 miliardi; l’80% della popolazione soffre di malattie legate alla malnutrizione; ogni anno 11 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevenibili; oltre 600 milioni, sotto i 5 anni, devono sopravvivere con meno di un dollaro al giorno; 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione e oltre 110 non vanno a scuola e si perdono nei mercati del sesso, della droga, delle armi e del traffico di organi; più di un miliardo di persone continua a non avere accesso all’acqua potabile ed un terzo della popolazione mondiale non dispone di servizi igienici. Non importa continuare, è giusto fermarsi qui perché altrimenti ci sveglieremmo, un pò come la protagonista del film “Goodbye Lenin” di Wolfgang Becker, dal nostro bel sogno iniziato il 9 novembre 1989.</p>
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		<title>FOCUS: LE DESTRE IN EUROPA</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 15:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionitrecento</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[   LA VERA LEZIONE DI SARKOZY di Elena Cruciani   SARKO’: UNA PALINGENESI? In molti hanno visto in lui la palingenesi della destra francese. Ma la lezione di Nicolas Sarkozy, fautore della rottura tranquilla, incarnazione della politica plasmata dalla volontà, inquilino dell’Eliseo dal 2007, rischia di essere fraintesa nella sua reale portata storica. Il pericolo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=edizionitrecento.wordpress.com&amp;blog=10596270&amp;post=86&amp;subd=edizionitrecento&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://2.bp.blogspot.com/_5O29IsFo25w/SPBVy5scN4I/AAAAAAAAB6A/55kP3s7DJG8/s320/Sarkozy+01.jpg" alt="" /></p>
<p style="text-align:center;"> <strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>LA VERA LEZIONE DI SARKOZY</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>di Elena Cruciani</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>SARKO’: UNA PALINGENESI?</p>
<p>In molti hanno visto in lui la palingenesi della destra francese. Ma la lezione di Nicolas Sarkozy, fautore della rottura tranquilla, incarnazione della politica plasmata dalla volontà, inquilino dell’Eliseo dal 2007, rischia di essere fraintesa nella sua reale portata storica. Il pericolo appare tanto più denso di conseguenze, anche per la destra italiana, in un momento in cui i mutati scenari partitici nonché i meccanismi della globalizzazione e l’emergere di nuovi problemi legati alle migrazioni e all’incontro delle civiltà pongono le formazioni politiche di fronte a sfide e interrogativi del tutto nuovi. Così il sarkozysmo è stato prontamente assurto nei ranghi di una originale scuola di pensiero, quasi un fenomeno nato e cresciuto al di là dei legami identitari e di ogni apparato culturale tradizionale. <!--ml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office"--></p>
<p>Di più: dinnanzi al vento conservatore che sembra spirare in gran parte del Vecchio Continente, con comprensibile entusiasmo si è teso, da parte di alcuni, a confondere esperienze nazionali fortemente eterogenee operando una improbabile reductio ad unum. Ne è risultato un dibattito alquanto surreale, avvitato nelle suggestioni di una fumosa e piuttosto deludente destra europea.  </p>
<p>La realtà, naturalmente, è ben diversa. E tentare di inquadrarla nelle sue specificità può giovare anche a chi, nel nostro paese, si appella alle rotture di Sarkozy senza comprendere che gli strappi sono realizzabili solo in un contesto culturale di solida continuità. Proprio alla luce di questa certezza, cercheremo di delineare la vera lezione che, a nostro avviso, può trarsi dall’esperienza di Francia.</p>
<p>CAMBIAMENTO</p>
<p> “J’ai changé”. Comincia così, di fronte ad ottantamila persone venute ad ascoltarlo alle porte di Versailles, l’inarrestabile ascesa di Nicolas Sarkozy. E’ il 14 gennaio 2007 e il congresso dell’Ump lo ha appena investito della candidatura alle presidenziali. “Sono cambiato”, scandisce per ben dodici volte con accento commosso. “Sono cambiato perché, dal momento in cui mi avete designato, ho cessato di essere l’uomo di una sola parte per divenire il presidente di Francia”.  Sarkò sa bene che le elezioni presidenziali, almeno nel ballottaggio che contrappone i due sfidanti, sono un appuntamento ‘privato’ fra il candidato e il suo Paese. L’incontro, come lo definiva De Gaulle, fra un uomo e un popolo. Un gioco in cui, più delle logiche di partito e oltre il voto identitario del primo turno, conta la capacità carismatica del singolo candidato. Così nel suo lungo, salmodiante ‘I have a dream’, in un ipnotico crescendo di anafore, è un homo novus che parla dalla tribuna in nome di una Francia “che fa la sintesi fra l’Ancien Regime e la Rivoluzione”. Un cambiamento in cui non piccola parte ha rivestito la capillare operazione di marketing e di comunicazione elettorale gestita, con metodi all’avanguardia, da un team di accorti professionisti fra cui il fido Claude Guéant e l’abile Henry Guaino. Quest’ultimo, in particolare, è stato lo spin doctor incaricato di demolire l’immagine di primo poliziotto della Nazione, di ex ministro dell’Interno ostico e ambizioso, per trasformarlo nell’uomo capace di far sognare il paese, entrando a piè pari nel terreno oscuro dell’inconscio collettivo. Di qui, come in una seduta psicoanalitica, il fluire libero e doloroso dei ricordi personali durante il discorso di investitura: dal mormorio delle anime innocenti dello Yad Vashem alla ‘scoperta’ della tolleranza nel convento di Tibhirine, in Algeria, dopo la strage dei monaci ad opera dei fondamentalisti islamici. Di qui l’indugiare sulla sofferenza che rende più forti, sul potere che cambia l’uomo ponendolo di fronte alla responsabilità morale della politica. Di qui, ancora, l’analisi lucida sulla sindrome del declino francese, nella nostalgia di quel mito della “grandeur” mai del tutto sopito. </p>
<p>UNA CERTAINE IDEE DE LA FRANCE</p>
<p>La Francia a cui parla Sarkozy, in effetti, è profondamente mutata. Ha vissuto il terremoto elettorale del 2002, che ha visto il leader del Front National Le Pen scavalcare al primo turno il candidato socialista Lionel Jospin. Ha espresso il suo disorientamento verso un’idea di Europa probabilmente lontana dalle esigenze e dai problemi reali, bocciando nel 2005 la Costituzione europea e, con essa, anche la classe dirigente nazionale. Ha vissuto, scioccata, la rivolta delle banlieue (gestita col pungo di ferro proprio dal Sarkozy ministro dell’Interno) ed è scesa nelle piazze per mobilitarsi contro il cosiddetto Contratto di primo impiego varato, e poi ritirato, dal presidente Chirac. Una Francia, dunque, fallimentare rispetto a temi cruciali quali la rappresentanza politica, la costruzione di una comune identità europea, l’integrazione e la società multietnica, la disoccupazione e la lotta al precariato.</p>
<p>E’ un malessere palpabile che Sarkozy affronta senza reticenze, facendo risuonare le parole d’ordine del suo personale universo di valori. Modernità e tradizione, laicità e religione, tolleranza e legalità, riforma dello Stato e identità nazionale, merito e responsabilità individuale, identità e sicurezza, rilancio dell’Europa e Unione del mediterraneo, lavoro e competitività.  Sensibilità apparentemente diverse che, tuttavia, rimandano ad un unico obiettivo: segnare un punto di svolta, rimpossessarsi, con un atto di volontà collettiva, di “une certaine idée de la France”, per usare ancora una volta, e non casualmente, un’espressione cara al Generale. Proprio in questo contesto si colloca la rupture di Nicolas Sarkozy, indirizzata innanzitutto verso la prassi chiracchiana e ufficializzata con quell’affermazione stentorea &#8211; “Non sono l’erede di nessuno” &#8211; pronunciata proprio quando Chirac annuncia il suo ritiro dalla scena politica.</p>
<p>“NON SONO L’EREDE DI NESSUNO”</p>
<p>Il cambio di passo di Sarkozy rispetto alle esasperazioni illuministiche del suo predecessore è palese in molti punti. Basti pensare al richiamo ad una laicità che tuttavia contempla le religioni all’interno della vita pubblica (nel suo Pantheon personale ha addirittura associato Papa Wojtyla a De Gaulle); all’impostazione più atlantista ma che non esclude l’eccezionalismo francese in politica estera né la ricerca del puro interesse nazionale (il tricolore blu, bianco e rosso riportato all’interno della Nato ma anche Gheddafi accolto in tenda nel giardino dell’hotel De Marigny); al rilancio di un Europa decisionista ma non “contro gli Stati” (e non senza individualismi, a partire dal caso delle infermiere bulgare). E ancora, al rifiuto di una concezione assimilazionistica in materia di immigrazione (le regolarizzazioni di massa dei sans papiers, ha detto, sono contrarie ai valori della Repubblica). D’altra parte, quando ancora vestiva i panni del primo poliziotto di Francia, Sarkò volle una stretta in questo campo, varando una legge presto ribattezzata dell’immigrazione ‘usa e getta’ per la rigida distinzione fra immigrazione ‘scelta’ e ‘subita’. “Chi non ama la Francia – ebbe a dire allora – se ne può andare”: una formula riproposta, seppure intermini inversi, anche qui da noi con lo slogan la cittadinanza “a chi ama l’Italia”. Recentemente il tema ha trovato ulteriore sviluppo col dibattito pubblico voluto da Sarkozy per capire “cosa significa essere francesi oggi”.  “Dobbiamo essere fieri di aver restaurato in Francia un discorso senza imbarazzo sull’identità nazionale e repubblicana”, ha spiegato in una lettera al suo ministro ex socialista Eric Besson, titolare di un dicastero che significativamente si chiama dell’immigrazione e dell’identità nazionale.</p>
<p> MOVIMENTO</p>
<p>Se la rupture è funzionale a marcare la distanza col doroteismo chiracchiano, è il ‘movimento’ a contrassegnare il cuore dell’offensiva di Sarkozy. “Non sono un conservatore”, puntualizza durante la campagna elettorale, scagliandosi contro un paese immobile a cui contrapporre la Francia come destino comune e promessa dell’avvenire. Per inciso, vale forse la pena di sottolineare che trovare in terra d’oltralpe (e non solo) qualcuno disposto a definirsi un conservatore, è impresa piuttosto ardua. Il concetto, infatti, tende ad essere assimilato alla strenua difesa dello status quo, alla reticenza verso ogni evoluzione sociale. Una peculiarità le cui radici affondano nella rivoluzione del 1789, nucleo primigenio dell’eccezionalità nazionale. Non a caso la parola nasce in Francia, all’interno dei circuiti controrivoluzionari, probabilmente al pari del termine “individualismo”. Proprio il diverso atteggiamento nei confronti del sistema dell’individualità segnerà la frattura fra destra tradizionalista e destra liberale, determinando – con la scissione definitiva dei due campi &#8211; la fine di ogni conservatorismo.</p>
<p>Ma torniamo a Sarkozy e al suo rinnovamento nel segno della continuità. Lo strappo del leader dell’Ump, come egli stesso chiarisce nel suo discorso d’investitura, non è contro il gollismo ma nel solco del gollismo di Charles De Gaulle. Ed è questo richiamo allo spirito delle origini che suggerisce, ad un autorevole studioso del gollismo come Gaetano Quagliariello, un paradosso di suggestiva efficacia: “facendo un’esagerazione &#8211; dice Quagliariello nel suo libro “La Francia da Chirac a Sarkozy” &#8211; possiamo dire che dopo Charles De Gaulle, Sarkozy è il primo presidente della V Repubblica”.</p>
<p>NEL SEGNO DI DE GAULLE</p>
<p>In effetti, la volontà di riallacciarsi alla purezza del gollismo, per Sarkozy risponde ad una precisa diagnosi del proprio tempo, simile alla situazione che condusse alla fase costituente del 1958.  “Il gollismo &#8211; scrive nel suo manifesto politico &#8220;Témoignage&#8221; &#8211; fu innovazione e oggi dobbiamo innovare&#8230; fu lotta all&#8217;immobilismo della Quarta Repubblica e oggi abbiamo lo stesso immobilismo, aggravato da altri quattro mali: il pensiero unico, l&#8217;instabilità dei governi, l&#8217;astensionismo elettorale e l&#8217;estremismo politico che non si riconosce più nei valori della Francia. Il gollismo è, infatti, la scelta di preservare la Francia eterna col movimento delle riforme&#8230; è il rassemblement dei francesi di tutte le condizioni sociali, intorno all&#8217;amore per il paese e la fierezza di essere francesi, uniti dalla convinzione che in ogni essere umano brilli l&#8217;aspirazione di una scintilla interiore, un sogno ideale e personale da realizzare”. Dinnanzi alla tomba del Generale, aggiungerà: “Colombey è la testimonianza di un’epoca in cui la Francia non dubitava di se stessa e il generale De Gaulle è il simbolo della speranza”.</p>
<p>Coerentemente con questa analisi, Sarkozy arriva all’interpretazione del gollismo come pensiero e metodo intrinsecamente flessibili; di più, come “esigenza morale”.  E sulla scia del suo “cantore”, André Malraux, ne attua gli insegnamenti di politica della Nazione e per la Nazione alla luce non di un’eredità ideologica ma di una filosofia empirica dell’azione. In questo senso, gollista è l’intero esercizio del potere da parte di Sarkozy. Nell’alchimia composita di valori così come nella mistica della modernizzazione, nel rassemblement popolare così come nell’etica del patriottismo. Nel più autentico spirito del gollismo è anche il tentativo di superamento della diade destra-sinistra come griglia interpretativa dei rapporti di forza all’interno del campo sociale e politico. “La nazione, il potere d’acquisto, il lavoro – dice Sarkozy &#8211; sono valori che vanno al di là della sfaldatura destra-sinistra”. Un’ impostazione suffragata dalla volontà di realizzare, attraverso la cosiddetta ‘battaglia delle idee”, una vera e propria egemonia culturale (non a caso egli riconosce di aver meditato sugli insegnamenti di Gramsci). Questa strategia gli consente, in campagna elettorale, quella triangolazione fatta di frequenti incursioni nei territori riservati dei socialisti e dell’estrema destra. Lo spiazzamento degli avversari è continuo e si realizza, a sinistra, con gli omaggi ai padri nobili, da Camus a Jaures, col reclutamento delle intelligenze della gauche, come André Glucksmann e Alain Finkielkraut, fino ai ministri d’ouverture nella squadra di governo. A destra sono le parole d’ordine – sicurezza, autorità, merito, responsabilità individuale – a segnare il passo, spingendo molti lepenisti al voto utile addirittura nel primo turno. E’ evidente l’analogia con De Gaulle e la sua capacità di polarizzare culture eterogenee attorno alla propria figura carismatica e a un ideale nazionale. D’altra parte  il gollismo, che ha nelle sue radici costitutive la resistenza al nazismo, si colloca a destra più che altro per scelta strategica, in quanto alternativa ai candidati della sinistra (e proprio dalla sinistra assorbirà molti elementi ideologico-culturali, grazie anche a personaggi  come Malraux o Chaban-Delmas). E si radica a destra, come rileva ancora Quagliariello, anche perché il Generale “istituzionalizza” la sua idea di sintesi carismatica attraverso la fondazione della V Repubblica basata su un sistema presidenziale. Il gollismo penetra dunque nelle istituzioni francesi, formalizzato nelle procedure costituzionali al punto tale che un socialista come Mitterand, che si era posto alla testa della difesa delle istituzioni parlamentari paragonando la V Repubblica ad un colpo di Stato permanente, una volta giunto all’Eliseo incarnerà la figura del monarca repubblicano imitando, a suo modo, De Gaulle.</p>
<p>COLBERTISMO, ISLAM E VOCAZIONE MEDITERRANEA</p>
<p>Ma, al di là della sua caratterizzazione di destra anomala (René Rémond vi scorgeva la riproposizione di una destra bonapartista), non v’è dubbio che l’epicentro del gollismo resti l’interesse nazionale, da attualizzare e reintepretare a seconda delle fasi storiche. Tracciare un bilancio dell’operato di Sarkozy a metà del suo mandato presidenziale non è semplice e tutto sommato esula dalle finalità di questo contributo. Realisticamente si può affermare che non sempre all’enfasi riformista, accompagnata da uno stuolo di commissioni bipartisan incaricate di modernizzare il Paese, sono corrisposti risultati pienamente soddisfacenti. Inoltre la crisi economica e alcune polemiche relative alla sfera personale del presidente hanno senz’altro diminuito di incisività la strategia dell’aggiramento dei blocchi francesi in funzione della crescita. Nondimeno va riconosciuto il ruolo di primo piano che Sarkozy è riuscito a giocare sul tavolo internazionale, coniugando peso continentale (centralità europea) e vocazione mediterranea. In questa chiave va probabilmente letto anche il miglioramento dei rapporti con Washington, funzionale soprattutto in prospettiva mediorientale. Più controverso il giudizio sulla politica economica. A fronte del malessere sociale che serpeggia in patria, all’Eliseo puntualizzano che la Francia ha reagito alla crisi meglio degli altri Paesi; inoltre occorre dare atto al presidente del forte attivismo messo in campo a livello europeo per il coordinamento delle politiche antirecessive, la rifondazione del capitalismi finanziario e la demolizione dei bonus dei trader. Una decisa rivendicazione del primato della politica contro i dogmi del mercato globalizzato, correttamente impostata sulla direttrice di un colbertismo dolce con aperture liberali. In questa direzione va anche il rifiuto di un’Europa cavallo di Troia di una mondializzazione ridotta alla circolazione dei capitali e delle merci, deriva a cui opporre la dimensione più concretamente comunitaria dell’Europa dei popoli, dalle radici cristiane e dai valori saldamente occidentali (ricordiamo anche l’opposizione di Sarkozy all’entrata della Turchia nella Ue). In un contesto spiccatamente identitario si inquadra anche  la riflessione sui rapporti col mondo musulmano, scaturita nella fermezza intransigente verso simboli di oppressione come il burqa ma anche nella lungimirante volontà di dar vita ad un Islam francese. Apprezzabile, in linea di principio, anche la battaglia in difesa dell’ambiente e per una fiscalità ecologica, che rischia tuttavia di dimostrarsi aleatoria o, peggio, punitiva per le imprese nazionali se non condivisa alle medesime condizioni anche da tutti gli altri paesi. Di buon senso, infine, la scelta sostanzialmente conservativa sui Pacs, la normativa che da un decennio regola le unioni di fatto nella laicissima Francia. Sarkozy ha spiegato di essere contrario al matrimonio gay così come all’adozione di minori da parte di coppie omosessuali, pur ribadendo la ferma volontà di rimuovere ogni discriminazione.</p>
<p>LA NAZIONE, IDEA FORZA DEL TERZO MILLENNIO</p>
<p>In conclusione, le indicazioni che la destra di Sarkozy può fornire al nostro Paese sono molteplici, a patto di contestualizzare questa esperienza nella peculiarità del contesto nazionale e di non perdere di vista il suo nucleo fondante e caratterizzante. E’ di tutta evidenza, infatti, che le rotture e le aperture operate si inquadrano in una cornice di ferma continuità storica e profondo legame con le radici. Un legame, si badi bene, che non si risolve in un mero omaggio formale ma consiste nella concreta prosecuzione di quel metodo gollista che, sviluppatosi nell’era delle più acute contrapposizioni ideologiche, è riuscito a sopravvivere ad esse proprio per la sua natura intrinsecamente non ideologica. Cosi, nella opposizione fra capitalismo e comunismo, ovvero in quel sistema di blocchi antagonisti frutto del compromesso di Jalta, la terza via del gollismo si è profilata, in politica estera al pari di quella interna, come filosofia d’azione che negli interessi nazionali ha sempre ricercato il supremo principio ispiratore. Lo stesso pragmatismo, talvolta esaltato anche da noi come un fine più che un mezzo, è semplicemente funzionale ad un’azione che nei valori della Republique trova la sua stella polare.</p>
<p>Gli insegnamenti di De Gaulle non sempre hanno ricevuto una corretta interpretazione da parte dei suoi eredi, talvolta inclini alla retorica di una grandeur cristallizzata in vuoti concetti formali o snaturata nell’enfasi estremistica e antistorica di alcune posizioni, come l’antiamericanismo di Chirac. E’ però indubbio che, dopo lo sgretolamento delle ideologie novecentesche e la fine delle tradizionali famiglie partitiche, la strada indicata dal Generale mezzo secolo or sono conserva ancora oggi una stringente attualità. E rimane forse l’unica in grado di indirizzare, intorno ad un’idea-forza, una politica altrimenti stanca e disorientata. Diversamente, il rischio è quello di un irreversibile declino nell’omologazione offerta da duttili identità senza Patria e senza Storia. Alla lezione del gollismo, dunque, la destra italiana ha il dovere di guardare con attenzione e senza interpretazioni di comodo.</p>
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