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L’ITALIANO

InUncategorized su gennaio 18, 2010 a 10:12 am

 

PER BENEDETTO CRAXI

di Valerio Cutonilli

A dieci anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, abbondano le celebrazioni ad effetto retroattivo dello statista italiano, fatto morire da proscritto sulle sponde di un altro continente. Sono giunte parole di riabilitazione, quasi sincere, persino da una parte non proprio trascurabile di quanti lo accusarono in vita di essere la reincarnazione, peggiorativa, di un brigante senese del tredicesimo secolo. Rendere omaggio al leader socialista, quindi, comporta ormai il rischio inevitabile di ripetere, in modo noioso e pedissequo, parole di maniera scorse a fiumi in questi giorni.

Provo allora a ricordare Craxi in modo discutibile e personale. Ho sempre preferito, e di gran lunga, il suo reale nome di battesimo, Benedetto, al più noto ed abusato Bettino. Forse, credo, per sottolineare la sua presenza invero provvidenziale nella scena politica del nostro paese vigliacco, diviso e disgraziato. E per uno solo giorno di ritardo, ironia della sorte, mi è stato negato il privilegio, assai gradito, di festeggiare il genetliaco in contemporanea con colui che amo definire l’ultimo garibaldino sopravvissuto al novecento.

Eppure, nonostante un’ammirazione istintiva e tuttora ineguagliata, temo di non aver mai avuto nulla a che spartire sia con la sinistra italiana, pronta ad annoiarmi con le sue verbose presunzioni sin dai primordi dell’adolescenza, sia con il socialismo in generale, fenomeno ideologico sul quale tutti hanno voluto discettare ma di cui, personalmente, mi ostino ad ignorare persino i tratti peculiari ed unificanti.

Più modestamente, ho scoperto l’esistenza al mondo di Benedetto Craxi nel 1984, durante il mio esordio ginnasiale. Al Liceo Tasso di Roma, all’atto di iscrizione, si raccomandava fermamente l’adesione agli ideali benefici del comunismo. Come ogni fanatico che si rispetti, invece, mi destavano ben poca simpatia sia la massa aggrovigliata di quegli studenti che il marxismo, pur non sapendo bene cosa fosse, lo professavano apertamente, sia quella folta schiera di professori, buonisti ed accigliati, per i quali tra una lezione di storia e tribuna politica non era proprio il caso vi fosse soluzione di continuità.

Provando naturale empatia per la “destra”, in quanto cattiva ed impresentabile, mi accorsi di essere congenitamente sensibile al fascino di tutti i mali metafisici occorrenti al mondo. Per mia ventura, però, non dovetti cercare troppo lontano. Bastò il Presidente del Consiglio dei Ministri, da tempo al centro di una campagna mediatica così serena da averlo raffigurarato come il demonio, a soddisfare i miei desideri immorali.

Iniziai ad apprezzare quotidianamente Craxi solo perché egli era odiato, in modo fisico, dai comunisti a 24 carati e dai professionisti di ogni primato morale. Lo stesso umore viscerale che percepii in quelle confuse giornate ginnasiali, contro l’efferato “Ghino di Tacco”, lo avrei riscontrato, solo il decennio successivo, nei confronti di Silvio Berlusconi. Per lo stesso ordine di ragioni, in fondo, e con il medesimo effetto invertito su di me; nella sostanza.

L’istinto, si sa, rare volte ti rifila bidoni e con il passare degli anni presi atto che non avevo investito tutta la mia stima invano. I fatti hanno l’ottima abitudine di dimostrarsi ostinati, essi ci dicono che Craxi fu patriota vero, erede legittimo di quel “partito italiano” la cui militanza, planando dall’aereo incerto di Enrico Mattei per atterrare sulla R4 perentoria di Aldo Moro, è garanzia affidabile di fine anticipata e tragica. La fortuna in Italia, da un numero discreto di secoli, sembra arridere piuttosto a quanti preferiscono servire in guanti bianchi ai pranzi internazionali, così da non irritare gli umori labili dello straniero prepotente ed affamato.

Ma la tragedia dell’epilogo, in fondo, è prerogativa dei grandi del novecento e non può che rendere Onore a Benedetto. Che poi Craxi appartenesse a tale cerchia, forse, avrebbero dovuto rendersene conto già quegli attempati notabili del PSI, uscito a pezzi da una consultazione elettorale servile e suicida, che nel 1976 s’illusero di poter gestire a piacere la sua segreteria nata debole e a corta scadenza. Non è vero, evidentemente, che l’anzianità reca seco lungimiranza.

A latere della solidarietà nazionale, fraudolenta e frodata, ebbe infatti inizio la lunghissima leadership politica del suo principale e più agguerrito avversario. Ma cosa c’era da aspettarsi, in realtà, da un giovane leader politico, imponente nelle fattezze e nelle ambizioni, che amava riempire i vuoti domestici con cimeli garibaldini e geometrie futuriste? Come minimo, l’espunzione subitanea di falce e martello dal simbolo sbiadito di un partito che decise improvvisamente di divenire modernista e nazionale. Carlo Marx, in effetti, fu consegnato con prontezza all’archeologia politica e non solo per esigenze estetiche di quegli anni ottanta ormai alle porte. La revisione critica del patrimonio ideologico del poliformico PSI avvenne a colpi di neuroni e di contenuti teorici tutt’altro che improvvisati.

Se la strategia ondulatoria dell’affabile Berlinguer andò ad infrangersi sulle scogliere marmoree di Jalta, Craxi seppe procedere ad Occidente, con passo lineare e sin troppo nitido. La fedeltà atlantica si sposò, non sempre senza fragori, all’autonomia italiana nel Mediterraneo. Il sostegno agli euromissili, prima silenziosa insinuazione al passivo nella procedura fallimentare sovietica, garantì al premier italiano quei crediti scontati poi a residuo durante la misteriosa crisi di Sigonella. Anche se nessuno pare ricordarsene, oltre la dignità nazionale venne allora difesa l’incolumità della gente comune.  

Mi fa sorridere, nella migliore delle ipotesi, il colorito rossastro di chi si affida ad una questione morale, ipocrita e pelosa, per offuscare ai postumi immagini e memorie di Craxi. Farebbero meglio a rilassare le proprie arterie, questi censori dell’ovvio. Sì perché la loro morale, e non una volta sola, l’hanno saputa convertire con scaltrezza assai rara nei luoghi riservati della borsa nera; in dollari, rubli e non di rado sterline. Ricordino, costoro, che il leader socialista non abbassò lo sguardo neppure dinnanzi a Gromyko, l’algido ministro sovietico che intimava l’Italia a genuflettersi dinnanzi ai terribili SS20. Non essere mai andato in Crimea per le ferie estive, capiscano una volte per tutte, non è crimine così grave. Rammentino, poi, che la stessa partecipata sfrontatezza, indole eretica per un politico che nasce italiano, fu riservata all’onnipotente Reagan e al suo traduttore scaltro ed interessato. Fedeltà non è sinonimo di sottomissione, a casa mia.  Non dimentichino, infine, che nella Tunisia orfana di Burghiba, probabilmente, il vecchio “Ghino” in nome dei nostri interessi nazionali dimostrò più intuito e prontezza dei nostri baldanzosi ma talvolta pericolosamente distratti cugini d’oltralpe.

Non crediamo allora, e per nulla, alla favola progressista delle mani pulite. Ogni partito della prima Repubblica ha badato al proprio finanziamento in modo illecito. L’oro di Mosca, che con un pizzico di retorica potrebbe grondare sangue siberiano, non sembra garantire maggiori alibi morali alle eterne verginelle della politica italiana. Craxi venne costretto all’esilio, in una terra che pure amava, non perché la politica italiana avrebbe dovuto assumere, finalmente, caratteri limpidi e luminosi. Il leader socialista divenne bersaglio di accanita persecuzione e tenuto lontano dall’Italia, mentre si banchettava sulle macerie del nostro patrimonio pubblico, affinché una classe politica assai più sensibile alle lusinghe di poteri forti ed extra-nazionali fuoriuscisse da una gioiosa macchina da guerra. Macchina da guerra invero sgangherata e supponente, fatta a pezzi, per nemesi puntuale ma legittima, proprio da chi a Craxi doveva molto delle sue migliori riuscite.

Restano quindi, come al solito, gli esiti beffardi della sorte. Sul suolo italiano continuano a pascolare, in tutta tranquillità, quei politici che la nazione non hanno smesso di svenderla un solo attimo della propria vita. Chi invece ebbe l’ardire di non ritenere dispregiativo l’appellativo ottocentesco di patriota, pagando un costo terribile ad avversari tuttora in agguato contro il suo erede legittimo, vide i nostri confini severamente sbarrati; sbarrati così come non lo sono mai stati in questi anni di open society, neppure per il peggiore criminale giunto dall’estero per ingrossare le fila della malavita nostrana.

L’infamia politica volle che Craxi non poté fare ritorno in Italia, libero e malato, neppure per ricevere le cure di cui pure abbisognava. Di questa crudeltà gratuita il nostro paese, un giorno, dovrà prima o poi provare un minuto di vergogna.

Ma a ben vedere, neppure la gratitudine appare di questo mondo. A tradirlo furono anche, soprattutto molti di quelli che delle sue spalle ampie si fecero scudo negli anni in cui il potere socialista appariva irrevocabile. Ma non solo. Craxi visse il timore, assai nobile, di essere accusato un giorno di falsità, e non lasciò nascere e morire le sue idee all’ombra del riflettore mediatico. Unico statista della prima Repubblica, predicò con le parole e con i fatti la pacificazione nazionale, cercando di sanare nel ricordo condiviso le ferite ancora aperte della guerra civile tra Repubblicani e Partigiani. Tale coraggio continua a difettare nella coscienza opportunista dei politicanti dei nostri tempi grami.

Un giorno, ben lontano dalle luci della ribalta, egli si recò in silenzio in quell’angolo dimenticato del paese dov’era stato fucilato il socialista Benito Mussolini; per lasciare un piccolo mazzo di fiori. Pochi uomini della politica, oggi, spenderebbero solo cinque minuti del proprio tempo per un gesto che per forza di cose deve sfuggire all’attenzione delle agenzie di stampa. Pietas romana assai mal ripagata ma che torna puntualmente a scuotere le coscienze.

Ho notato che, proprio in questi giorni, molti giovani di “destra” hanno voluto rendere omaggio al “socialista” Craxi trascorrendo la notte a riempire i muri delle città italiane con manifestazioni di affetto. E’ il loro, il nostro modo di dire grazie. E’ vero che condizionali e congiuntivi non possono cambiare una sola virgola del passato. Ma se ci fossero stati tutti questi ragazzi, quella sera vigliacca e giacobina davanti all’Hotel Rafael, non sarebbe volata nessuna monetina. Solo fiori; verdi, bianchi e rossi.

  1. D’accordo con Valerio. Per quanto mi riguarda comincerò a sentirmi più italiano il giorno che vedrò, in qualunque comune esso sia e sia esso un viale, una piazza o anche solo un vicolo titolato alla memoria di Benito Mussolini. Solo allora avremo iniziato a far pace con il nostro passato. E saremo una Nazione! Federico

  2. si sta arrivando la riabilitazione..
    era ora

  3. Bravo!

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