FOIBE: IO NON SCORDO
di Gabriele Bagnoli
Giulia e in Istria profonde qualche centinaia di metri e niente più, interessanti luoghi naturali per geologi e speleologi. Da un punto di vista storico, invece, rappresentano la morte di decine di migliaia di innocenti (c’è chi parla di 20.000, dal momento che un resoconto ufficiale non è mai stato potuto realizzarlo) alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma per raccontare questa storia dall’inizio dobbiamo partire dall’8 settembre 1943, data in cui l’Italia firmava con le potenze alleate l’armistizio di Cassibile. A quella data, le nostre truppe si sbandarono, molti deposero le armi, altri furono catturati dai Tedeschi. I più cercarono di portare a casa la pelle. Sul confine orientale i militari italiani, senza ordini né disposizioni, mentre il Re, Badoglio e lo Stato Maggiore fuggivano dalla Capitale, dovettero, invece, subire le ritorsioni da parte delle bande jugoslave del Maresciallo Tito. E subito cominciarono gli abusi. Gli arresti avvenivano di notte, ma quasi sempre con maniere educate e con la scusa che si trattava di normali accertamenti, cosicché il panico tardò a svilupparsi. La maggioranza degli arrestati fu poi liquidata senza processo, ma quei pochi che si celebravano davanti ai tribunali del popolo erano solo delle tragiche farse. L’imputato non aveva diritto a citare testi a discarico e non disponeva neppure dell’avvocato d’ufficio. La sentenza finale era sempre di colpevolezza e ciò comportava la pena capitale subito eseguita. Verso la fine del 1943, quando i Tedeschi cominciarono a muoversi per riconquistare l’intera Istria, i processi cessarono e si infittirono invece le uccisioni multiple e sommarie. Legati ai polsi con filo di ferro stretto con le pinze, i prigionieri venivano spinti in colonna nel fondo delle cave di bauxite e falciati con raffiche di mitra. Altri venivano allineati sull’orlo delle foibe, profonde 100-300 m, e scaraventati nell’abisso dopo l’uccisione. Spesso però gli aguzzini si limitavano ad uccidere il primo della fila il quale, cadendo nel baratro, si trascinava dietro i compagni a lui legati. Nelle località costiere si procedeva invece agli annegamenti collettivi: legati l’uno all’altro e opportunamente zavorrati con grosse pietre venivano portati al largo e gettati in mare. Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell’infoibamento. Fra il 1943 ed il 1947, in questi inghiottitoi profondi anche 300 m, furono gettati dai partigiani di Tito migliaia di esseri umani vittime dell’odio razziale. Nella foiba di Basovizza, l’unica assieme a quella di Monrupino ad essere ancora in territorio italiano, furono recuperati 500 m³ di resti umani e si calcolò brutalmente che le vittime dovevano essere 2000: quattro al metro cubo. Ma la furia comunista non si abbatté solo sui militari, i Fascisti o i presunti tali: trattandosi di vera e propria pulizia etnica anti-italiana, l’attenzione fu rivolta vers gli stessi gruppi partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale: il 7 febbraio 1945, a Porzus, la Brigata Osoppo fu massacrata dalla Brigata Comunista Garibaldi dal momento che era intenzionata a combattere lo slavo invasore. Alla fine della guerra, fu Trieste a subire, in quaranta giorni (tanto durò l’occupazione titina) il dramma delle deportazioni e delle foibe. Bandiere con falce e martello e tricolore con stella rossa al centro vennero imposti ovunque. Le milizie jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli Anglo-Americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità italiana inserita nell’esercito jugoslavo, mandate a operare altrove. Fu data carta bianca alla polizia politica, l’OZNA, che prelevava dalle case i cittadini, in media cento al giorno, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti combattenti della guerra di liberazione: ciò perché agli occupanti stava a cuore dimostrare di essere gli unici liberatori del capoluogo giuliano. L’8 maggio 1945 Trieste fu proclamata “città autonoma nella Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia”, anche se la situazione tornò progressivamente alla calma a partire dal giugno successivo quando gi Jugoslavi abbandonarono la città. Ma più di 10.000 abitanti di Trieste, della sua provincia e dell’Istria erano scomparsi.A Fiume, oltre cinquecento furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento : “Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia di Italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli Italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l’Italia!”. Anche la città i Zara non fu risparmiata: per gli Italiani sopravvissuti si ripeterono le stesse scene del triste rituale dei genocidi che già avevano avuto luogo in Istria: fucilazioni, impiccagioni, infoibamenti. E centinaia di vittime gettate in mare con una pietra al collo. Tra queste la famiglia del farmacista Pietro Ticina, composta dai genitori, dalla suocera e da una bambina subirono questa triste sorte. Con disperata energia il padre riuscì a trascinare con sé uno dei feroci aguzzini. Sin dai primi giorni di occupazione della città, gli zaratini rimasti venivano raccolti in piazza dove un oratore intimava loro di astenersi da qualsiasi manifestazione di italianità perché Zara “era stata sempre e sarebbe rimasta per sempre croata”. Tale era il terrore di ulteriori rappresaglie che gli Italiani evitavano di parlare in pubblico o di radunarsi. Il clima minaccioso fu aggravato dai continui ricatti degli jugoslavi che lesinavano la distribuzione degli scarsi viveri alla popolazione, costringendola anche a lavori forzosi e non retribuiti. Dei 22.000 abitanti di Zara, 4000 morirono sotto i bombardamenti, 2000 furono uccisi dai Titini ed i restanti vennero costretti all’esodo. Questa è una pagina di storia nazionale poco conosciuta e non ancora del tutto scritta. Parlarne, spesso comporta l’essere tacciati di revisionismo storico, come se analizzare un evento taciuto per più di sessant’anni fosse un crimine. Del resto è servita una legge nazionale del 2004 per rendere una dignità ai 20.000 morti infoibati e ai 350.000 esuli di Istria, Fiume e Dalmazia.


