
RIFLESSIONI A FREDDO SULL’IMMIGRAZIONE
di Matteo Landolfi
I gravi fatti di Rosarno hanno scatenato reazioni eterogenee, tanto nette quanto ampiamente prevedibili; se non del tutto scontate. A dire il vero, la complessità dell’accaduto avrebbe suggerito analisi meno parziali e più approfondite. Ed invece, la maggior parte dei commentatori, improvvisati o di professione, ha preferito considerare solo gli aspetti idonei a corroborare le proprie tesi precostituite.
Di conseguenza, gli immigrati diventano vittime o carnefici, a seconda dei gusti personali di ciascuno. Taluni elogiano la legittima rivolta degli schiavi oppressi, altri denunziano i timori d’incolumità degli italiani che non si sentono più tutelati dallo Stato. C’è chi invita all’umanitarismo e chi richiama alla legalità, come se i due principi fossero in antitesi anziché in una situazione di ovvia interdipendenza. Il gioco delle parti sembra degradare puntualmente in un circolo chiuso e vizioso, pronto a riproporsi identico alla prossima, inevitabile occasione. O al prossimo corto circuito.
Oggi, del resto, va assai di moda un pericoloso luogo comune, secondo cui le questioni identitarie vanno gettate nel cestino perché a contare è soltanto la politica del “fare”. Costoro, forse, s’illudono che le gravissime problematiche che sono alla base della crisi di Rosarno possono essere risolte trasferendo altrove gli immigrati protagonisti, sia come bersagli sia come aggressori, dei disordini divampati negli ultimi giorni. Temo, invece, che le cose stanno diversamente; molto diversamente.
L’osservatore più attento potrebbe evidenziare come il caso di Rosarno non attenga soltanto e non tanto al problema immigrazione. In effetti, sul perché qualcuno abbia voluto accendere questa miccia spaventosa, proprio in un territorio che patisce una fortissima infiltrazione mafiosa, dovrà interrogarsi e con serietà l’autorità giudiziaria.
Al contrario, personalmente mi voglio limitare ad esporre alcune brevi considerazioni, di carattere generale, sull’immigrazione. Come noto, il paese è diviso in modo netto tra quanti avvertono l’esigenza di tutelare il nostro popolo da un afflusso imponente e disordinato di stranieri e quanti predicano invece il valore supremo dell’accoglienza.
Il secondo di questi “partiti” si giova del sostegno, oltre che di alcune forze politiche, della Chiesa e di gran parte del sistema mediatico. L’altro sta crescendo in modo esponenziale, ed in parte incontrollato, all’interno del cosiddetto paese reale.
A causa di tale scontro frontale, privo di costrutto, il dibattito sull’immigrazione si è avviato su due binari decisamente pericolosi. Il primo è di natura culturale e trova nell’accusa sempre incombente di xenofobia un fattore di condizionamento talmente efficace da confinare il dissenso verso le politiche di accoglienza degli ultimi due decenni nelle posizioni più esecrabili e demonizzate. L’effetto di tale condizionamento è che allo stato attuale, in Italia, è impossibile avviare un confronto culturale costruttivo in materia di immigrazione, senza fare ricorso alla psicosi proditoria del razzismo.
Il secondo binario, ancora più pericoloso, è di natura squisitamente politica. Sino ad oggi, l’immigrazione, a destra come a sinistra, è stata affrontata soltanto come un problema di ordine pubblico. Problema, quindi, che viene affrontato in difetto di una visione generale e senza un minimo approccio di carattere strategico.
Il problema dell’immigrazione, per la nostra classe politica, ha inizio solo quando l’ennesimo barcone colmo di disperati viene avvistato dalla nostra guardia costiera. Puntualmente, viene recitato il solito copione ed i ruoli sono assegnati da subito. Il buono invita a tendere una mano al bisognoso, il cattivo a respingere l’invasore.
Quando però un fenomeno si ostina a svilupparsi incontrollato avviene, e non di rado, che a dirimere la questione provvede una sorte crudele che decide per tutti, scatenando l’ennesima tragedia in mare. Chi sopravvive, al contrario, tenta la fortuna nel nostro paese. Per il “primo” partito si tratterà senz’altro di uno sfruttato che cerca soltanto un lavoro onesto, per il “secondo” sarà un nuovo criminale pronto ad ingrossare le fila della malavita nostrana e straniera.
Da tempo, mi sono congedato da questo modo di pensare, convinto sul serio che esso contribuisca, sia in un senso che nell’altro, solo ad alimentare ulteriormente una problematica già di per sé molto grave. E sono arrivato, nel mio piccolo, ad un paio di conclusioni molto semplici.
Uno. Umanitarismo e legalità possono e devono coesistere. La norma non può mai prescindere dall’umanitarismo e quest’ultimo non può giustificare in alcun modo l’illegalità. Tale coesistenza richiede uno sforzo notevole da parte dei “militanti” di entrambi i “partiti”. I primi non possono pensare che l’Italia, per carità divina o coscienza laica, debba trasformarsi un imbuto pronto a ricevere chiunque lo desideri, sino alla sua implosione. Gli altri devono prendere atto che l’immigrazione è di per sé un fenomeno positivo ed oggettivamente utile alla nazione.
Due. L’immigrazione non è soltanto un problema di ordine pubblico. Essa deve rappresentare una questione prioritaria nell’agenda politica. L’immigrazione deve costituire l’effetto di una politica precisa di concertazione tra gli Stati interessati, finalizzata a determinare modi, termini e limiti entro i quali essa può avvenire. E per Stati interessati non mi riferisco solamente ai paesi di provenienza dei migranti ma anche quelli utilizzati come sponda per l’arrivo in Italia. Tutto ciò che è al di fuori di tali modi, termini e limiti, ha natura illegale. E tutto ciò che è illegale non può essere tollerato. Più la norma è chiara e ragionevole, più severa s’impone la sua applicazione. Chi ostacola la sua applicazione, favorisce la criminalità, favorisce lo sfruttamento, favorisce le mafie. E lo fa sulla pelle degli italiani.
Se le politiche di concertazione funzionassero sul serio – e per verificarlo bisognerebbe iniziare a promuoverle, una volta per tutte – il circolo vizioso suddenunziato comincerebbe a spezzarsi. Nell’interesse degli italiani, degli immigrati e dei paesi che danno impulso ai fenomeni migratori.
Per tale motivo credo che l’immigrazione non sia solo argomento per sociologi ottimisti od agenti di polizia, chiamati a dire o a fare la loro al momento dell’emergenza. Serve, e con assoluta urgenza, l’istituzione di un Ministero dell’Identità Nazionale e dell’Immigrazione. Altrimenti, Rosarno costituirà solamente il prodromo di una crisi di ben più preoccupanti dimensioni.


